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7.9.10

Dad (Oca, 2010)
di Vlado Skafar

SETTIMANA DELLA CRITICA
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Storia ridotta all'osso: un padre ed un figlio si confrontano in una giornata insieme, immersi nella natura. Dai dialoghi emerge un rapporto forte ma minato da lunghe separazioni, un divorzio e problemi lavorativi. In chiusura qualche minuto che racconta della crisi lavorativa in Slovenia e in particolare della vera chiusura di un'intera fabbrica che ha gettato nella disperazione migliaia di famiglie, aggiunge qualche dettaglio in più.

La durata è ridotta all'osso per un film che si propone un'obiettivo preciso: andare al di là del racconto di fatti o azioni per arrivare a descrivere con assoluta trasparenza il rapporto tra un padre e un figlio. Ambizione folle, specie se si considerano le premesse e le ambizioni.

Lo snodarsi dell'azione negli ampi paesaggi sloveni, dove una natura, solo a tratti interrotta da significativi tralicci dell'elettricità, sembra disegnare un tempo diverso da quello contemporaneo non può non ricordare il dittico Madre e figlio / Padre e figlio di Aleksandr Sokurov. Solo che mentre il regista russo trovava in immagini fortemente false (luoghi ricostruiti in studio o un'estetica rimasticata in postproduzione), in una colonna sonora costante e in una recitazione sussurrata, la chiave espressiva per descrivere i rapporti in comunione con la natura o con il paesaggio, Vlado Skafar fa una scelta maggiormente realista.

Non solo Papà è un film con tutti suoni in presa diretta, un uso parco della musica e immagini ricercate ma mai "ritoccate", è anche un film che sembra riprendere le cose come avvengono, ovvero una giornata tra padre e figlio come potrebbe svolgersi effettivamente e non un idealtipo filmico, un mito cinematografico che attraverso la suggestione arrivi a cogliere quegli assoluti cui si mira. La scelta è rispettabile ma non sembra pagare. Papà manca in ogni momento di mordente, guarda in alto ma senza riuscire ad alzarsi, non c'è carnalità, non c'è fisicità, non c'è sentimentalismo nè austerità. Alla fine inevitabilmente la trappola del semidocumentarismo lo condanna.

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