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12.6.09

Un Prophète (id., 2009)
di Jacques Audiard

Ho aspettato un po' a postare questo film visto assieme agli altri durante Cannes a Roma. Ho aspettato un po' perchè tra tutti è di sicuro il più complesso, come del resto complesso è il posizionamento di Audiard nel sistema cinema mondiale.
Per come la vedo io Audiard assieme a Todd Haynes, P.T. Anderson e forse Garrone (anche se il suo è un po' un cinema a parte) è l'unico a fare del cinema realmente contemporaneo e realmente alto. L'unico nuovo nome a fare cinema di oggi, a cercare cioè di portare avanti il discorso stilistico intercettando le linee guida dell'oggi con una consapevolezza dei meccanismi del cinema da maestro (l'entrata in scena del protagonista segnato da circatrici ovunque e fresche delle quali non sapremo mai l'origine ma che da sole raccontano un mondo intero).

Tutti i film di Audiard sono sul cambiamento, trascurano il prima e il dopo e si concentrano sul momento in cui avviene il giro di boa, in cui scatta qualcosa che cambia la vita. E i cambiamenti arrivano sempre da un arricchimento mai da una crisi, anzi la crisi ne è semmai conseguenza. L'amore insospettabile in Sulle Mie Labbra, la musica come dimensione di riscoperta di un mondo interiore in Tutti i Battiti Del Mio Cuore e qui l'alfabetizzazione.
E tutti i film di Audiard sono sulla comunicazione, sulle lingue non solo in senso glottologico ma anche nel senso dei linguaggi della musica, dell'alfabeto, dei sordomuti e via dicendo. Sono film che partono dai misteri e dalla potenza devastante di quella comunicazione per affascinare.

Il protagonista di Un Prophète è un personaggio molto bello, derelitto come pochi, violento perchè non conosce altro (come molti protagonisti di Audiard) ma anche dotato di una complessità e una profondità rara. Passa attraverso diverse lingue e proprio l'impararne di nuove gli fa cambiare vita, saltando in avanti nella scala sociale e in un certo senso anche evolutiva, alla fine non è cretino e spaventato come all'inizio (che scena la prima uccisione....).

E così anche il film non ha solo una dimensione, è capace di essere secco e asciutto come Il Buco di Becker, sentimentale con grazia, violento come Haneke e delirante come Lynch. Audiard cambia spesso registro senza cambiare il suo obiettivo, cioè il racconto di quei 6 anni in carcere che cambiano la vita di Malik. Gioca con i generi come un asiatico ma i suoi film non li puoi mai scambiare per asiatici, anzi ha quell'attenzione e quella concentrazione fissa sul protagonista che grida "Francia!" in ogni inquadratura.

Meno sentimentale che in passato e più concreto (l'intreccio è fortissimo e i fatti sono tantissimi) Un Prophète non disdegna di fare una capatina minuscola nel soprannaturale e soprattutto riesce ancora e di nuovo a "creare immagini" e in questo sta la contemporaneità di Audiard, nel saper dare vita in ogni suo film ad una serie di immagini che parlano allo spettatore contemporaneo. Immagini che contrariamente a tanti colleghi ugualmente giganti affondano le radici nel linguaggio contemporaneo e che sono forti non perchè belle in sè ma perchè inserite in una messa in scena che sa infondergli significato.
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