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8.10.10

Step Up 3D (id., 2010)
di Jon Chu

POSTATO SU
Strana la saga di Step Up. Tre episodi che nel profluvio di film musicali e danzerecci degli ultimi anni (in armonia con quanto accade nei talent televisivi) hanno giocato da una parte il ruolo degli underdog, privi di nomi altisonanti a regia, musiche e recitazione, e dall'altra dello zoccolo duro di chi davvero tiene a mostrare certe cose e non distoglie mai la sua attenzione dal ballo.

Se i primi due Step Up utilizzavano la trama più classica del mondo (un personaggio che viene da un ambiente vuole entrare in un altro, inizialmente non è accettato, perchè diverso, ma poi riuscirà ad operare una fusione del mondo da cui viene e quello nuovo conquistando tutti) per operare un classico racconto di seconda occasione e mostrare stili diversi di danza (quello di strada e quello accademico).
Il terzo capitolo usa ancora l'anello di un personaggio dei precedenti film che torna da protagonista (Adam G. Sevani, sosia di Harpo Marx).
La versione 3D doveva chiaramente aggiungere qualcosa di ancor più fedele e coinvolgente a film che smaccatamente (e con un certo gusto) non puntano tanto a raccontare quanto a mostrare. Perfetti per il 3D, si penserebbe, peccato che in Step Up 3D, la terza dimensione quasi non c'è.

Il film, organizzato intorno al racconto della preparazione alla solita megagara di ballo di strada di gruppo, utilizza un 3D posticcio nella maniera più smaccata. Basta levarsi gli occhiali per rendersi conto di quanto poco effetto tridimensionale ci sia.
La cosa è ancor più evidente quando, nel momento culminante della grande gara finale, irrompe un vero 3D. Una sola videocamera, fissa e in una sola posizione mostra una profondità seria, a diversi livelli e molto curata. Per un momento le esibizioni conquistano davvero qualcosa, per un momento sembra di intuire un'idea dietro al progetto, un senso vero. Ma è solo un'inquadratura, il montaggio delle reazioni degli astanti alla prestazione rivela che qualsiasi altro shot è in 3D finto.
Mai come in questo caso un intero film (fatto di un gusto estetico decisamente inferiore a quanto fatto da Jon Chu in precedenza e con tristi citazioni genekelliane) è stato girato per un'unica scena.
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