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16.11.11

Scialla (2011)
di Francesco Bruni

Quando mi capita di vedere in film di diffusione nazionale stereotipi, espressioni o luoghi comuni tipicamente romani rimango sempre stupito. Cosa gliene frega al resto del paese e cosa possono trarre da un'espressione gergal-giovanile unicamente romana? Poi scopro che "scialla" è diventata una parola di pubblico dominio grazie ad un concorrente mariadefilippesco, ma lo stesso l'effetto è straniante. Ad ogni modo la "traduzione" che fa da sottotitolo (stai sereno) è fantastica e in questo rapporto tra titolo e sottotitolo sta tutto il film.

Francesco Bruni, al netto di Virzì, conferma di essere un incredibile cesellatore di personaggi, l'unico capace oggi di prendere figure al tempo stesso fuori dal comune (del cinema) ma estremamente comuni (nella realtà) e inserirli in un intreccio, solitamente poco elaborato, ma che ne esponga tutte le sfumature.
Scialla! è un film molto riuscito, anche se non ha la visione d'insieme del miglior Virzì (quella che evita qualsiasi banalità e dà ai film un ritmo e un'arroganza invidiabili), dalle piccole (e non poche!) aspirazioni tutte assolutamente raggiunte e che evita in quasi ogni momento l'autoassoluzione.

La dialettica tra Filippo Scicchitano (il ragazzo, un non attore a tutti gli effetti, spontaneo e ben utilizzato ma incapace di dar vita a momenti artificiosi come quelli più drammatici) e Fabrizio Bentivoglio (un attore vero, uno che interpreta) è molto riuscita e parla della capacità di Bruni-regista di bilanciare sforzi e forze. Scicchitano rende bene solo accanto a Bentivoglio che lo aiuta in ogni momento e gli dà tempi e credibilità. E sebbene alla fine il protagonista sia, giustamente, l'attore più esperto ma anche quello con il personaggio meno interessante (un professore di liceo con velleità intellettuali deluso dalla vita, non mi dire!), Scialla riesce a non soffocare sotto la spinta dell'irrefrenabile voglia di "raccontare la società", riuscendo a "raccontare due persone" che incidentalmente sono personaggi.

Così (miracolosamente!) non suona borioso nemmeno il parallelo scenico con I 400 Colpi (mentre il film di Truffaut va in sottofondo e se ne sente lo score, il protagonista in un'altra stanza si comporta come Antoine Doinel) di cui Scialla coglie l'essenza più intima e profonda, ovvero mostrare quel mondo interiore vivace di un non adulto che nessuno comprende perchè nascosto da un'infinità di comportamenti sovversivi.
Il film è tutto così, apparentemente scontato ma intimamente voglioso di mostrare la propria alterità. Simbolo perfetto di tutto questo sono il sottofinale (quello riguardo l'esito degli scrutini di fine anno) prima scontato poi molto meno e il finale vero (quello in prigione) espressione della dimensione più moraleggiante e becera che per fortuna poco si vede nel resto del film.

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