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14.12.07

Blade Runner: The Final Cut (id., 2007)
di Ridley Scott

Ci lamentiamo sempre delle distribuzioni ma quando è arrivata notizia di un Final Cut di Blade Runner destinato ai DVD ad alta definizione (totalmente rimasterizzato, senza più la voce off e con minuscole modifiche e correzioni di errori) in molti si sono augurati un ritorno nelle sale del film, anche negli Stati Uniti (segno che nemmeno lì era scontato) e così è stato anche da noi. Certo non è stato facile vederlo, in una città come Roma è stato 2 settimane in un cinema solo, tuttavia c'era.

Detto questo è difficilissimo approcciarsi ad un film simile, non tanto per la sua grandezza quanto per l'aura che ha assunto e per l'importanza che volenti o nolenti ha assunto nei decenni. Prima ancora di vincere come pellicola infatti Blade Runner ha vinto come fenomeno, ha segnato il cinema e i costumi.
Io poi era veramente molto tempo che non lo rivedevo, tanto da non ricordare più come era l'originale e avere qualche vago ricordo del primo director's cut. Non dico che è stato come vederlo la prima volta ma molte immagini le avevo sicuramente dimenticate. E poi non l'avevo mai visto al cinema.
E' difficilissimo approcciarsi ai mostri sacri del cinema ma per fortuna là dove il cervello ha delle difficoltà arriva il corpo. Le immagini continuano ad ossessionarmi, non penso ad altro.
Blade Runner continua a vincere (e vincere bene) a decenni di distanza e la sua è una vittoria che è prima estetica che contenutistica (dei contenuti infatti non parlo perchè già si è (giustamente) detto tutto il dicibile). L'incredibile operazione di Scott infatti è stata usare gli strumenti corretti, la musica di Vangelis (misteriosamente perfetta), l'universo immaginifico di Moebius e Enki Bilal, il linguaggio dei noir anni '40, tutto per i contenuti di Dick (rispettati come poche volte capita). Di Scott c'è veramente poco, ma il suo lavoro è stato veramente quello del regista: coordinare le varie parti, i contributi di altre intelligenze per creare qualcosa di nuovo e di coerente, una visione delle cose che parte solo da contributi esterni ma approda a soluzioni nuove.
L'uso che fa dell'acqua è un ottimo esempio. Gli elementi, sia atmosferici sia naturali, sono infatti una parte fondamentale del noir, sempre molto legato all'atmosfera (nel senso metereologico) e la poco realistica sovrapresenza di acqua (dalla pioggia, alle stanze allagate, ai vestiti bagnati, ai replicanti sempre bagnati anche al chiuso) è una delle componenti più importanti nel creare la coerenza di un mondo a tinte forti.
Quello che manca al Ridley Scott di oggi è proprio ciò che rende grande Blade Runner, la volontà e l'impegno di cercare tante fonti di ispirazione diverse, cercare instancabilmente per ogni componente della messa in scena il riferimento perfetto, l'abbinamento più adatto. In una parola: l'impegno.
Non avevo mai notato poi quanto il regista sia stato rigoroso nel dirigere il film. Più che per Alien e I Duellanti, la macchina da presa si muove pochissimo e solo in modi essenziali, il montaggio è molto sobrio e all'insegna dell'invisibilità, tutto il contrario dello stile modernista e della saturazione visiva che invece propone nelle immagini.
Inoltre è cortissimo Blade Runner, solo 90 minuti, i personaggi sono solo accennati (il replicante ribelle e sanguinario, il cacciatore disperato e solo, il replicante triste in cerca d'amore...) e l'intreccio è veramente minimo (Deckard li trova tutti e 4 subito e loro in un attimo arrivano dal loro creatore), perchè è lo scenario a contare. Sembra quasi che possa succedere di tutto in Blade Runner anche un finale lieto (come era) senza che se ne intacchi la potenza, poichè il segreto è da un'altra parte, è in quell'universo fatto di raggi B che balenano nel buio, di pioggia costante, di lunghi e lenti viaggi in macchina volante con i tagli della luce del sole sul volto di Harrison Ford e di strutture piramidali, fatto di Asia preponderante e di muri e scenari rovinati come lo sono gli uomini che vi prendono parte, tutti accennati e sfuggevoli.

Tuttavia cosa c'è che a 25 anni di distanza non regge più? A mio parere la scena d'amore tra Deckard e Rachel con il sassofono di sottofondo, che è proprio banalmente noiresca e suona oggi come una caduta di stile e l'intellettualismo sfoggiato dal replicante "eletto". Incredibilimente invece regge la tecnologia futuristica, anche se assolutamente sbagliata, ancora analogica ed evoluta in direzioni che non stiamo assolutamente seguendo. Se nel 1982 poteva essere la tecnologia del futuro, oggi che non lo può più essere, continua tuttavia a reggere creando ancora più la sensazione non di un mondo futuro ma di uno parallelo.

Non nego ad ogni modo che nel momento fondamentale, poco prima dell'attacco del discorso finale, delle memorie perse come lacrime nella pioggia, mi è quasi venuto da ridere tanto mi sembrava che questa volta Rutger Hauer esitasse a pronunciarlo per creare attesa. Nei secondi che lo hanno preceduto, quelli in cui lui e Harrison Ford si guardano sotto la pioggia, mi era venuta una voglia incredibile di urlare nel cinema silenzioso: "Vai parti!". Tanto lo aspettavamo tutti quel momento.
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