27.11.11

Miracolo a Le Havre (Le Havre, 2011)
di Aki Kaurismaki

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Ostinatamente dalla parte dei più poveri ("Non saprei che dialoghi scrivere per dei personaggi ricchi") e cocciutamente intenzionato a costringere i suoi attori in minime espressioni facciali e movenze limitate, l'unico regista ad essere mai riuscito a far uscire i propri film fuori dalla Finlandia continua imperterrito a portare avanti una politica di umiltà straordinaria.

Senza rinunciare, a suo modo, ai generi e in particolar modo al noir (che concepisce unicamente in maniera "classica" cioè fino al 1962 e non dopo), anche Miracolo a Le Havre racconta una storia di polizia, criminalità di piccolo stampo, uomini in contesti sottourbani che navigano impassibili tra le difficoltà del vivere che la cronaca racconta. 
Racconti surreali e astratti di fatti contingenti e reali. Stavolta è l'immigrazione clandestina al centro della vite di alcuni abitanti di Le Havre e in particolare di un lustrascarpe. Ma come sempre al di là dell'intreccio a Kaurismaki interessa il paesaggio urbano e umano, uno stile di vita incredibile eppur paradossalmente reale.

In un ambiente chapliniano il regista finlandese fa muovere i suoi zombie emotivi, personaggi che sembrano ripetere in maniera coatta la loro routine, senza crederci mai, covando in fondo agli occhi una speranza nascosta che, è evidente, non si realizzerà.
Con un umorismo che sembra venire fuori dall'improvvisa presa di coscienza del regista stesso dell'assurdità di quel che sta girando e i soliti colori saturi e spaventosamente uniformi (il rosso-Kaurismaki lo si riconosce tra mille), quest'ultimo quadro, tra i molti della carriera di Kaurismaki, vuole fortemente apparire come il più ottimista grazie ad un finale conciliante, eppure la disperazione è la medesima di sempre.

13 commenti:

vinz ha detto...

Lo stile di K e' meravigliosamente unico, ma dopo l'ennesima messa in scena di questo tipo, al di la' dei cambi di genere che pur ci sono ma quasi non si sentono, io non riesco piu' a gridare al miracolo, come sembra un po' d'obbigo.
Diciamo pure che mi ha un po' stancato. e mi piacerebbe qualche evoluzione.

gparker ha detto...

Invece a me è un piccolo miracolo che ogni volta mi sorprende.
Certo lui è di quelli che gira sempre il medesimo film. Ma l'importante mi sembra sia proprio il fatto che ogni film ribadisce una volta di più il mondo che lui ha in testa

vinz ha detto...

si certo...ma lo abbiamo ben capito, assorbito e apprezzato il suo mondo! E' forse proprio questo il limite del suo cinema: il teatrino bidimensionale con le figurine di cartone, che per come lo fa ha davvero del miracoloso, non si presta a troppe 'repliche' e variazioni. devi stare al suo gioco, e finora ci sono stato. ma non so se riusciro' ancora.

gparker ha detto...

questo però si potrebbe dire di qualunque regista realizzi sempre lo stesso film. Da Allen ad Almodovar, da Von Trier a Kusturica.

vinz ha detto...

di quelli che dici io vedo una grossa evoluzione in tutti, tranne kusturica. "amore e guerra" -> "settembre" -> "point break"; "pepi lucy e bom" -> "parla con lei"; "idioti"->"dogville"....;-D

gparker ha detto...

si è cambiamento all'interno di un fine comune. Tra Pepi Luci e Bom e Parla con lei, Almodovar si affina, diventa più esperto e raffinato ma la sostanza non cambia, come tra Settembre e MAtch Point, generi diversi ma la stessa idea dietro. Kaurismaki anche ha girato roba diversa (tipo Juha che è tutto muto e in bianco e nero) pur rimanendo fedele a se stesso.

Onesto e Spietato ha detto...

Un grande Kaurismaki! Senza se e senza ma: http://onestoespietato.wordpress.com/2011/11/29/tff-2011-miracolo-a-le-havre-la-recensione/ a presto!

Amos Gitai ha detto...

Probabilmente, è il primo film di Kaurismäki proponibile al "grande" pubblico. Rimangono la lentezza della storia e i dialoghi essenziali. Una fiaba molto piacevole.

MIRACOLO A LE HAVRE

gparker ha detto...

Secondo me anche l'uomo senza passato o Luci D'Inverno (gli ultimi distribuiti da noi) potevano essere "per il grande pubblico". Almeno quanto questo diciamo...

Anonimo ha detto...

Domanda sul film: La collocazione temporale della storia è chiaramente l'oggi (il tg parla di Al Qaeda, il commissario chiede un rosso del 2005 etc), ma l'ambientazione é da anni 60 (case, automobili, abbigliamento), tranne che per i poliziotti, che sono chiaramente in tenuta moderna (commissario escluso). Perchè ?

gparker ha detto...

L'ambientazione secondo me è più anni '50. Trench, il rock 'n 'roll, i giubbotti ecc. ecc.
E' così perchè Kaurismaki ama quel mondo e sceglie di dare ai suoi personaggi quel tono fuori dal tempo.
La musica la sceglie sempre di quell'epoca, i protagonisti li lascia semplicemente un po' fuori moda mentre per il commissario ma anche per il delatore sceglie proprio di ritrarli come protagonisti di un film noir.

Sono quelle scelte che rendono Kaurismaki tale, cioè la volontà di rifarsi ad un immaginario che attinge al passato anche per parlare della modernità

Anonimo ha detto...

Interessante, altra osservazione: Nel film si comportano tutti in maniera fantastica (cioé irrealistica): i poveracci che danno accoglienza al clandestino, gli altri che lo aiutano dandogli da mangiare, il commissario che li protegge, i pescatori che accettano di dargli un passaggio, etc. La loro irrealtà é sottolineata da particolare come il fatto che fumano tutti (oggigiorno impossibile), gli orologi segnano sempre le 14 e appunto l'inespressività degli attori, che stanno chiaramente recitando.
Insomma, il regista ci vuole dire: attenzione, state vedendo qualcosa che non esiste, é una favola.
Gli unici personaggi "realistici" sono appunto i poliziotti e il tizio che denuncia il clandestino, che ha un cellulare. Sono gli unici che si comportano im modo coerente con la realtà.
L'opera d'arte é che noi spettatori siamo portati a pensare, in questo contesto, che i personaggi "veri" sono quelli invece chiaramente di fantasia, a credere che il miracolo possa accadere.
Che te ne pare ?

gparker ha detto...

In generale, quello che descrivi è lo stile di Kaurismaki, quello che applica in tutti i suoi film. La rarefazione della realtà, la negazione di qualsiasi melodrammatismo e l'astrazione delle battute.
E' un espediente che dà a tutto un tono molto particolare (che fa il paio con quella fotografia sparata) e fa risaltare quello che interessa al regista. Cose come lo stile di vita dei personaggi, l'idea di mondo che comunicano ecc. ecc.