Ostinatamente dalla parte dei più poveri ("Non saprei che dialoghi scrivere per dei personaggi ricchi") e cocciutamente intenzionato a costringere i suoi attori in minime espressioni facciali e movenze limitate, l'unico regista ad essere mai riuscito a far uscire i propri film fuori dalla Finlandia continua imperterrito a portare avanti una politica di umiltà straordinaria.
Senza rinunciare, a suo modo, ai generi e in particolar modo al noir (che concepisce unicamente in maniera "classica" cioè fino al 1962 e non dopo), anche Miracolo a Le Havre racconta una storia di polizia, criminalità di piccolo stampo, uomini in contesti sottourbani che navigano impassibili tra le difficoltà del vivere che la cronaca racconta.
Racconti surreali e astratti di fatti contingenti e reali. Stavolta è l'immigrazione clandestina al centro della vite di alcuni abitanti di Le Havre e in particolare di un lustrascarpe. Ma come sempre al di là dell'intreccio a Kaurismaki interessa il paesaggio urbano e umano, uno stile di vita incredibile eppur paradossalmente reale.
In un ambiente chapliniano il regista finlandese fa muovere i suoi zombie emotivi, personaggi che sembrano ripetere in maniera coatta la loro routine, senza crederci mai, covando in fondo agli occhi una speranza nascosta che, è evidente, non si realizzerà.
Con un umorismo che sembra venire fuori dall'improvvisa presa di coscienza del regista stesso dell'assurdità di quel che sta girando e i soliti colori saturi e spaventosamente uniformi (il rosso-Kaurismaki lo si riconosce tra mille), quest'ultimo quadro, tra i molti della carriera di Kaurismaki, vuole fortemente apparire come il più ottimista grazie ad un finale conciliante, eppure la disperazione è la medesima di sempre.











9 commenti:
Lo stile di K e' meravigliosamente unico, ma dopo l'ennesima messa in scena di questo tipo, al di la' dei cambi di genere che pur ci sono ma quasi non si sentono, io non riesco piu' a gridare al miracolo, come sembra un po' d'obbigo.
Diciamo pure che mi ha un po' stancato. e mi piacerebbe qualche evoluzione.
Invece a me è un piccolo miracolo che ogni volta mi sorprende.
Certo lui è di quelli che gira sempre il medesimo film. Ma l'importante mi sembra sia proprio il fatto che ogni film ribadisce una volta di più il mondo che lui ha in testa
si certo...ma lo abbiamo ben capito, assorbito e apprezzato il suo mondo! E' forse proprio questo il limite del suo cinema: il teatrino bidimensionale con le figurine di cartone, che per come lo fa ha davvero del miracoloso, non si presta a troppe 'repliche' e variazioni. devi stare al suo gioco, e finora ci sono stato. ma non so se riusciro' ancora.
questo però si potrebbe dire di qualunque regista realizzi sempre lo stesso film. Da Allen ad Almodovar, da Von Trier a Kusturica.
di quelli che dici io vedo una grossa evoluzione in tutti, tranne kusturica. "amore e guerra" -> "settembre" -> "point break"; "pepi lucy e bom" -> "parla con lei"; "idioti"->"dogville"....;-D
si è cambiamento all'interno di un fine comune. Tra Pepi Luci e Bom e Parla con lei, Almodovar si affina, diventa più esperto e raffinato ma la sostanza non cambia, come tra Settembre e MAtch Point, generi diversi ma la stessa idea dietro. Kaurismaki anche ha girato roba diversa (tipo Juha che è tutto muto e in bianco e nero) pur rimanendo fedele a se stesso.
Un grande Kaurismaki! Senza se e senza ma: http://onestoespietato.wordpress.com/2011/11/29/tff-2011-miracolo-a-le-havre-la-recensione/ a presto!
Probabilmente, è il primo film di Kaurismäki proponibile al "grande" pubblico. Rimangono la lentezza della storia e i dialoghi essenziali. Una fiaba molto piacevole.
MIRACOLO A LE HAVRE
Secondo me anche l'uomo senza passato o Luci D'Inverno (gli ultimi distribuiti da noi) potevano essere "per il grande pubblico". Almeno quanto questo diciamo...
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