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20.1.12

E ora dove andiamo? (Et maintenant, on va où?, 2011)
di Nadine Labaki

Quella che sembrava una bella promessa in Caramel si trasforma in un caso isolato con E ora dove andiamo? Per mezzo di quel film Nadine Labaki si affermava in giro per il mondo come interprete e autrice di un concetto di storytelling e femminilità cinematografica, ispirato al mood celebrativo almodovariano, ma più attaccato allo specifico femmineo. Ma se Caramel riusciva ad appassionare con un racconto in cui gli uomini sono esclusi per principio e non reggono la presenza scenica nemmeno dell'ultima delle donne, E ora dove andiamo? fallisce completamente l'obiettivo di elevare il discorso a temi più importanti.

L'idea di cinema è esattamente la stessa. Visioni almodovariane (addirittura lo stesso inizio di Volver) e un ginocentrismo programmatico che stavolta pone l'uomo in diretta opposizione alla donna. Se la seconda è la soluzione, il primo è il problema. Nel villaggio immaginario al centro del film, sono infatti gli uomini che alimentano una guerra tra chi è di religione islamica e chi di religione cristiana, mentre le donne vorrebbero pacificare tutto per non perdere i loro amati figli e mariti. 
Così mentre un consesso di donne di tutte le fogge ed età lotta con tutte le armi (compreso chiamare un team di spogliarelliste a placare gli animi) per mantenere la pace, gli uomini in maniera scriteriata continuano a cercare l'affermazione fisica sul prossimo se non la sua eliminazione.

L'idea di un mondo visto da un punto di vista femminile (e non femminista!) radicale qui ha quindi meno forza perchè cerca di diventare paradigma filosofico, visione della vita, senza averne la complessità. Quant'è peggio E ora dove andiamo? conferma e amplifica il tratto più negativo di Caramel, ovvero il narcisismo di Nadine Labaki, donna bellissima che ossessivamente si mette al centro di tutto, esponendo di continuo la propria bellezza e circondandosi o di donne più brutte o più belle solo in teoria (mai viste spogliarelliste più scialbe).
Il senso di autoesaltazione si fonde con quello dell'esaltazione per il proprio sesso, senza che ci sia la minima sincerità sentimentale o sforzo narrativo degno della miglior causa (che erano ciò che salvava Caramel). Così alla fine la "visione di mondo" di Nadine Labaki si scioglie nella vanità e perde ogni forza e interesse.
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