24.3.11

Sucker Punch (id., 2011)
di Zack Snyder

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Stavolta Snyder l'ha fatta grossa. Se già le evoluzioni grafiche di 300, l'adattamento impossibile di Watchmen e la variante gufesca di Ga'Hole avevano diviso parte del pubblico tra amanti e odiatori di questo regista dal ralenti facile e dalla mano e il segno pesantissimi, Sucker Punch andrà anche oltre.
Opera ambiziosissima, colma di riferimenti ed elementi da tutto il cinema degli ultimi 10 anni, ibridata con il fumetto ma anche con l'animazione giapponese e via dicendo. C'è tutto dentro Sucker Punch (da Peter Jackson ai nazisti, dai videogiochi ai manga, da Jean-Pierre Jeunet a Baz Luhrmann fino a Kill Bill) e questo tutto cerca di arrivare a vette inusitate attraverso la consueta etica della violenza stilizzata (e rallentata) che Snyder ha spesso sperimentato. E' cinema che predica la lotta contro la vita, per la vitalità. Non certo la morte ma la battaglia come atteggiamento verso le cose.

Ma non si tratta tanto di una morale (per quanto questa ci sia e molto forte, ribadita anche dalle voci fuori campo), quanto dell'aspirazione a fare un film che sia definitivo in tutti i sensi, che riesca cioè ad unire le evoluzioni grafiche in CG, l'immaginario moderno, la psicanalisi, il labirinto mentale, l'intellettuale, il materiale e il sentimentale. Con un finale a sorpresa.
Il risultato purtroppo è un The Fountain, cioè un film esagerato in tutti i sensi che non riesce a risultare involontariamente ridicolo cadendo sotto il peso del suo titanismo (suo e del suo regista, in questo caso anche soggettista, produttore e sceneggiatore).

Dopo 4 film dal soggetto non originale (tra remake, trasposizioni e adattamenti) girati con uno stile molto influente su tutto il resto del cinema, Snyder passa a qualcosa di ancor più difficile e alle riprese personali affianca una storia scritta su misura. Alla morale visiva muscolare e plastica affianca una storia che afferma il valore della combattività fisica e mentale. Sucker Punch si potrebbe dire un'opera sulla resistenza mentale rappresentata come resistenza fisica.
Ma tutto è troppo tirato, troppo estremo, troppo rallentato e vuole essere troppo definitivo. Snyder ci piace, spesso ha grandi idee ma stavolta ha esagerato proprio!
A salvarsi è la sequenza di apertura, ancora una volta un prodotto magistrale, un prologo tutta musica e rallentatore che dimostra come Snyder sia più di una morale di ferro e gigantismo, ma un artista visivo non da poco.

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