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The Ghost Of Yotsuya (Tokaydo Yotsuya Kaidan, 1959)
di Nobuo Nakagawa
| gparker | 1.2.09 - 4:18 PM |
FUTURE FILM FESTIVAL 2009
RETROSPETTIVA
RETROSPETTIVA
E finalmente, non senza una certa attesa, sono arrivato al film considerato fondamentale del filone horror di Nakagawa. 76 minuti abbastanza tirati tratti da un'opera per teatro Kabuki, un testo di partenza quindi classicissimo e davvero forte (storia di vendette, oppressioni e fantasmi che tornano), e realizzazione di prim'ordine.
Esterni in realtà girati in interni per controllare tutto (e che controllo! La scena del vento nella palude è stupenda), trovate sceniche ardite e funzionali, nakagawismi a iosa e alcune idee di paura decisamente efficaci. Di tutti i film visti questo è il primo che mi ha spaventato, il che già è qualcosa.
Passando alle parti negative devo dire che alla fine il modo che ha Nakagawa di intendere il cinema comunque non mi trova daccordo. Le soluzioni ardite (che spesso prevedono i protagonisti in scena dietro qualcosa, cioè con qualcosa che impedisce la piena visione) sembrano sempre fini a se stesse, cioè non si inseriscono mai in un flusso che aumenti il senso di una scena e proprio per questo tirano fuori dal film, ci si rende conto dell'artificio di messa in scena insomma.
Ancora la sostanziale freddezza anche davanti a trame molto empatiche non mi trova quasi mai daccordo e nonostante un gusto estetico altissimo (però siamo in Asia qui è di casa) alla fine non c'è mai vero stupore.
Tutt'altro discorso poi è quello che va fatto sull'innovatività di questo film. Non conosco talmente bene l'horror nipponico degli anni '50 e '60 per poter dire che si tratti di idee uniche e nuove, tuttavia finalmente ho visto ciò che ho letto su Nakagawa: tutto il j-horror moderno.
Il concetto della paura esposta e non nascosta, le immagini e le soluzioni che hanno fatto la fortuna (per dirne uno) di The Ring sono tutte qua (dai capelli, all'acqua, ai ritorni), applicate con intelligenza e inserite in un racconto davvero nella maniera migliore.
Esterni in realtà girati in interni per controllare tutto (e che controllo! La scena del vento nella palude è stupenda), trovate sceniche ardite e funzionali, nakagawismi a iosa e alcune idee di paura decisamente efficaci. Di tutti i film visti questo è il primo che mi ha spaventato, il che già è qualcosa.
Passando alle parti negative devo dire che alla fine il modo che ha Nakagawa di intendere il cinema comunque non mi trova daccordo. Le soluzioni ardite (che spesso prevedono i protagonisti in scena dietro qualcosa, cioè con qualcosa che impedisce la piena visione) sembrano sempre fini a se stesse, cioè non si inseriscono mai in un flusso che aumenti il senso di una scena e proprio per questo tirano fuori dal film, ci si rende conto dell'artificio di messa in scena insomma.
Ancora la sostanziale freddezza anche davanti a trame molto empatiche non mi trova quasi mai daccordo e nonostante un gusto estetico altissimo (però siamo in Asia qui è di casa) alla fine non c'è mai vero stupore.
Tutt'altro discorso poi è quello che va fatto sull'innovatività di questo film. Non conosco talmente bene l'horror nipponico degli anni '50 e '60 per poter dire che si tratti di idee uniche e nuove, tuttavia finalmente ho visto ciò che ho letto su Nakagawa: tutto il j-horror moderno.
Il concetto della paura esposta e non nascosta, le immagini e le soluzioni che hanno fatto la fortuna (per dirne uno) di The Ring sono tutte qua (dai capelli, all'acqua, ai ritorni), applicate con intelligenza e inserite in un racconto davvero nella maniera migliore.
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