13.2.12

Captive (2012)
di Brillante Mendoza

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CONCORSO
BERLINALE 2012

2001, quindici residenti nell’hotel di un’isola dell’arcipelago filippino sono catturati e rapiti da un commando appartenente al gruppo musulmano di Abu Sayyaf. L’intento è ricattare le nazioni di appartenenza e il governo filippino per ottenere denaro e controparti politiche. Le trattative si arenano quasi subito però e i prigionieri saranno tenuti per più di un anno, costantemente in movimento (a piedi), nella giungla filippina prima di essere liberati dall’esercito.

A partire da eventi realmente accaduti Brillante Mendoza gira il suo primo film in cui il realismo dello stile si accompagna a quello di una trama ispirata alla cronaca. E nel disegnare i fatti veri il regista filippino sceglie subito la barricata dietro la quale schierarsi.

Captive è la storia di quindici prigionieri e quasi altrettanti carcerieri, la storia di un continuo movimento lungo la giungla come gli animali che li circondano, senza un tetto e senza provviste, uno spostarsi continuo fatto di pasti saziati da quel che si trova e ferite curate con le erbe masticate, di un gruppo di uomini che sviluppa vicendevolmente un rapporto di affezione e comprensione.

Senza fare sconti alla durezza e intransigenza dei rapitori ma non cedendo nemmeno un passo davanti all’ancora maggiore inamovibilità dei governi (cui non è riservata nemmeno un’inquadratura, solo qualche flebile voce dall’altra parte del telefono), Mendoza inserisce i suoi attori professionisti e non (accanto a Isabelle Huppert c’è un cast in cui spiccano volti che non possono di certo essere habitué della macchina da presa) in una giungla affollata di piante e altri esseri viventi. Come già in altri film (specie in Lola) il regista filippino sembra infatti tenere all’ambiente tanto quanto ai personaggi. Tra metafore esplicite (il serpente che cattura la preda e se ne ciba), un parto durante una sparatoria filmato realmente (il sangue finto dei morti montato accanto a quello vero del neonato) e un insperato anelito di libertà portato da un coloratissimo uccello fatto al computer, Captive sembra guardare a L’alba della libertà di Werner Herzog, per il modo in cui il tragitto della foresta è pericoloso e metaforico, aspro e comprensivo.

L’impressione finale è che il film più ambizioso (e dispendioso!) del regista mostri anche qualcos’altro, ovvero come la sua vena, fino ad ora espressa nell’intimismo, abbia molto da dire anche in quel cinema che affronta la morte da vicino, che alterna ai più classici momenti di stasi altri caratterizzati da un ritmo serrato e dall’ansia della violenza imminente.

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