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29.8.07

Sicko (id., 2007)
di Michael Moore


E' forte Michael Moore c'è poco da dire. Non amo le sue sparate contro tutto e contro tutti nè i suoi attacchi unilaterali e faziosissimi, eppure non posso negare che spesso centra l'obiettivo e gira dei gran bei documentari.
Non era capitato certo con Farenheit 9/11, noiosissimo e confusissimo polpettone anti-Bush stupidamente premiato con la Palma D'Oro al Festival di Cannes, ma era capitato (e come!) con Bowling A Columbine. E ora con Sicko ritorna parzialmente ai fasti del suo secondo documentario.
Dico a tratti perchè per tutta la prima parte (quella in cui Moore non è in campo) il documentario ha ben poco di cinematografico e indugia molto sui soliti casi estremi con uno stile altamente televisivo.
Poi finalmente arriva Moore e lo stile torna quello solito, montaggio cinematografico, piglio più ritmato e (oltre ai soliti casi estremi) anche qualche riflessione non cretina.

Come sempre Moore torna sui suoi passi, parla incidentalmente delle armi in America, della guerra in Iraq e della General Motors, continua cioè (anche se in maniera blanda) a reiterare i temi trattati nei passati documentari, mentre con forza ne introduce uno nuovo: la statalizzazione in America.
Sicko infatti non è tanto un film sulla sanità americana (quello è solo lo spunto) quanto sulla mancata statalizzazione di molti servizi basilari (quali la sanità) e il fatto che questa situazione non sia una caratteristica del governo americano da sempre, ma una tendenza al peggioramento degli ultimi 15 anni.
La mancata statalizzazione, secondo Moore, non è solo un problema pratico ma anche ideologico in quanto predicata, giustificata e sbandierata continuamente come un vanto.
Il viaggio in Europa e il giro per ospedali inglesi e francesi è solo uno spunto per mostrare sistemi statalizzati efficienti e il modo con cui vengono presentati è sì degno della miglior propaganda, ma anche montato e messo in scena benissimo.

Ma tutto questo punta sempre nella medesima direzione, la stessa di Bowling A Columbine e Farenheit 9/11, la strategia della paura, il modo in cui gli americani, in un modo o nell'altro, vengono continuamente spaventati dal sistema mediatico. Spaventati e tenuti malati.
Addirittura Moore arriva ad invocare scioperi e manifestazioni di piazza come avviene in Europa, cosa impensabile per un popolo come quello americano.
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