24.5.11

Et In Terra Pax (2011)
di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

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Botrugno e Coluccini sono esordienti. Hanno fatto qualche corto (di cui tre abbastanza noti) e scritto di cinema, prima di arrivare con Et in terra pax alle Giornate degli Autori a Venezia, raccogliendo consensi e una distribuzione (L'Istituto Luce) dopo aver realizzato il film con la produzione di Gianluca Arcopinto e l'autarchica Kimera Film, senza chiedere soldi a nessun altro. Questo per dire che ci sono talenti che escono dal centro sperimentale che fanno percorsi diversi e fanno cinema non assistito, senza pensare necessariamente ad un distribuzione ma sapendo che il cinema, se lo vuoi fare, lo devi fare e basta.

Ecco, il preambolo inusuale è per dire che c'è dello stimabile in Et in terra pax, che è un film ben girato, ben pensato e ben realizzato ma sostanzialmente non mi trova daccordo mai, in nessun momento.
Il punto è che esiste una vallata dell'incredulità anche per il cinema della borgata. Come per il cinema in computer grafica anche per quello che racconta la disperazione suburbana a mano a mano che ci si avvicina a ritrarre con autenticità quei luoghi si rischia di creare un effetto dissonante dato da personaggi che non somigliano alle vere persone. Ed è ciò che accade ad Et in terra pax.
Tutto è girato al Corviale, terribile periferia romana, un luogo perfetto in cui sono inseriti volti e parlate semplicemente non da borgata. Non c'è altro modo per dirlo: quelle facce, quelle frasi e quegli accenti non vanno daccordo con quei luoghi, quei tagli di capelli e quei vestiti. Non siamo certo dalle parti della folle implausibilità teatral/doppiatoria di Il sesso aggiunto ma come recita la legge della vallata dell'incredulità, è proprio avvicinandoti molto senza raggiungere il tuo modello che le differenze si fanno marcate, perchè a quel punto si notano più delle somiglianze.

Dissonanza a parte Et in terra pax ha anche un modo di guardare alle storie e i personaggi che racconta (parzialmente tratti dalla cronaca) che non mi piace nè mi trova daccordo. Con un sottofondo musicale di musica sacra molto spinto il film palesemente vuole mettersi sul medesimo piano pasoliniano (che però usava volti veri) e contemporaneamente ergersi al di sopra delle storie narrate per guardare il tutto con una pietas (ma perchè pietas si deve sempre scrivere in corsivo?) che sa di giudizio.
Botrugno e Coluccini dividono i loro personaggi in buoni e cattivi, danno colpe (in primis alla società, come si conviene) e scelgono chi assolvere e chi condannare (nello specifico è assolto dai registi chi è condannato dalla vita). Tutto il contrario della scelta di Matteo Garrone per Gomorra, che anzi sembra non esistere o non avere opinione alcuna.
Et in terra pax quindi alla fine è un racconto di borgata da parte di chi non vive quel contesto (e in questo nulla di nuovo) che applica uno sguardo dall'alto verso il basso, sebbene con la bonarietà del buon padre. I due registi in sostanza non riescono ad evitare la trappola dell'eccessiva poetizzazione di un contesto molto poco poetico, condendo il film di discorsi sui massimi sistemi, valutazioni ed elaborazioni intellettuali da parte degli stessi protagonisti fino a sconfinare in una messa in scena "idealistica", tipica di chi appartiene ad un altro mondo.

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