7.2.07

INLAND EMPIRE (id., 2006)
di David Lynch

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Avevo paura e speranza riguardo il nuovo film di David Lynch. Paura perchè non amo i suoi film più onirici e deliranti e speranza perchè comunque in ognuno di questi si trovano sempre spunti interessanti e uno su tutti (Eraserhead) è un film incredibile (e poi già se ne parla bene altrove).
Ma INLAND EMPIRE è un'altra cosa.
Siamo dalle parti di Mulholland Drive (anche Inland Empire è una zona di Los Angeles), siamo quindi ancora dalle parti del cinema e della vita, memoria e sogni ecc. ecc. Là dove c'erano due attrici qui ce n'è una sola e là dove c'era un oggetto (la scatola blu) a separare sogni e realtà, a fare da zona di confine, qui c'è la visione del mondo attraverso la seta bruciata. Come tipicamente lynchano del resto è anche tutto il discorso sull'apparenza e il perbenismo della provincia americana (quello sì vero e unico filo conduttore lungo tutta la filmografia del regista).
INLAND EMPIRE, rispetto al film precedente però mostra, su un canovaccio di una storia di film nel film e attraverso la figura di un'attrice, il male nascosto, l'oscurità dei ricordi e la fallacità della memoria assieme al senso dello spettacolo e dell'apparire, ma soprattutto ancora una volta: il doppio.
Il doppio è un tema classico che più classico non si può nel cinema. Un tema tipico del novecento artistico (specialmente della prima metà) che è stato fatto subito proprio dal cinema e che Lynch ha affrontato spessissimo, sia nella dicotomia personale (persone doppie, che si sdoppiano, si scambiano e che sono possedute da altre entità) sia nelle scansioni formali dei film.
Come in un brano di musica classica contemporanea (dodecafonica) o in un quadro astratto, INLAND EMPIRE mette la mente umana di fronte alla sua continua tendenza a dare ordine e armonia a qualsiasi cosa, anche quando questo non c'è. In INLAND EMPIRE si procede per associazioni, angosce e progressivi apparenti disvelamenti di una trama che in realtà non c'è, è una sequenza di stimoli e sensazioni.
Di veramente nuovo c'è il digitale, nuova grande passione di David Lynch con il quale il regista si è sbizarrito e ha provato molte cose per lui impensabili prima. Ha fatto da operatore e si è occupato personalmente dei suoni. Ha sperimentato primi piani strettissimi e non a fuoco (mentre lo è lo sfondo), una fotografia a tratti di pessima qualità a tratti ottima, videocamera molto libera e lunghi piani sequenza. Ed è sempre sorprendente come pur cambiando modi di mettere in scena il risultato sia sempre il medesimo.
E' un cinema di certo non facile, che io come già detto non amo particolarmente, ma di fronte al quale (specialmente a questi livelli) non posso rimanere inerte. 3 ore senza trama e senza noia, con qualche intuizione fuori dal comune (i conigli, i titoli di coda, la sequenza degli schiaffi di fronte alla moglie) e un subbuglio interiore forte. Forse proprio la durata assolutamente esagerata (mi è stato detto che la versione che ho visto è pure più lunga di quella di Venezia) è la cosa migliore.
Pur non essendo entusiasta del film non posso però che concordare con la bella frase con cui Mereghetti chiude il suo pezzo sul film "«la vita è molto, molto complicata e così anche ai film dovrebbe essere permesso di esserlo» (frase di Lynch ndb) Se per una volta un grande film riesce a raccontare in maniera non banale questa «complicazione», non mettiamo la testa sotto la sabbia: accettiamo la sfida e proviamo a misurarci con le sue idee".

NOTE: Girano voci non confermate e allarmistiche in rete sulla quantità di copie che la BIM ha messo in circolazione. Qualcuno sostiene siano addirittura 5. Ho chiesto direttamente all'ufficio stampa il quale mi ha confermato che le copie sono 25. Presumibilmente (ma questo lo azzardo io) una per capoluogo di provincia più 2 o 3 per Milano e Roma.

21 commenti:

Jacopo ha detto...

"tutto il discorso sull'apparenza e il perbenismo della provincia americana (quello sì vero e unico filo conduttore lungo tutta la filmografia del regista)" .....uhm.. affermazione un po' superficialina -.-

gparker ha detto...

Forse intendi "non esaustiva".
Ma cmq ritengo che sia proprio quello il principale filo conduttore, l'elemento presente davvero in ogni film di Lynch dall'inizio alla fine. Daipiù onirici ai più lineari.
Anzi circoscriverei ancora di più alla sola apparenza. Quello è il vero leit-motiv.
Ne vedi altri?

Jacopo ha detto...

è che quando quando si parla di lynch si sta sempre a sbandierare sto tema dei "segreti della provincia americana".. come se lynch fosse il solto, tipico fustigatore delle apparenze e del falso perbenismo.. cosa che al limite andrebbe bene per blue velvet e twin peaks, ma solo a una visione superficiale.. per il resto mi pare che i fili conduttori del suo cinema siano ben altri: su tutti, il contrasto (manicheo) fra il Bene e il Male, in mezzo ai quali ci sta il protagonista di turno (laura palmer, diane, jeffrey, il protagonista di eraserhead ecc) fondamentalmente buono ma risucchiato nel male..

gparker ha detto...

No non credo sia il contrasto Bene/Male il vero filo conduttore.
E' qualcosa che non si trova in Eraserhead e non si trova in Una Storia Vera.
E' chiaro che è qualcosa che è presente nel cinema di Lynch, come è anche chiaro che negli altri non c'è solo il maligno dietro la calma provinciale.
Una visione superficiale è una che si limita ad una dimensione. Io non mi limito, ma affermo che secondo me il filo conduttore è quello. Poi in ogni film ci sono molte altre cose che Lynch tocca, figuriamoci, ma se andiamo a vedere l'unico elemento sempre coerente è quello. La vera grande ossessione che non a caso, più e meglio di altri in alcune occasioni trova degli sfoghi clamorosi (Twin Peaks, Velluto Blu, Eraserhead, Una Storia Vera...).

Massimo Manuel ha detto...

Assolutamente sì, la denuncia all'apparente perbenismo della provincia americana è una colonna portante della cinematografia di Lynch... così come il "doppio"... mentre l'idea del contrasto Bene/Male la trovo piuttosto campata in aria, lo vedo più come un pretesto per ribadire certi concetti ancorati pur sempre alla realtà... concetto probabilmente sublimato nella Loggia di Twin Peaks, dove le stanze della Loggia Nera e della Loggia Bianca si confondono perchè uguali e separate da poco tendaggio rosso... io la vedo come la rappresentazione dell'ipocrisia insita nella cultura americana, a rappresentare la sottilissima attiguità tra ciò che è morale e ciò che è perverso...

Jacopo ha detto...

è un elemento che c'è di sicuro, ma a mio parere nn è così predominante, anzi.. definire lynch come colui che svela il perbenismo, l'apparenza e i vergognosi segreti della provincia americana è una definizione un po' strettina (che magari viene spostanea dopo aver visto blue velvet), ma che per molti dei suoi film nn è nemmeno valida.. mi pare (ma sn opinioni, eh!) che i fili conduttori del cinema di lynch siano altri, e più profondi

Massimo Manuel ha detto...

A me sembra che il tema sia rintracciabile in tutte le opere senza eccezioni... poi ovviamente ci sono altri fili conduttori ma questo è sicuramente uno di quelli che più si fa notare...

geimsbond ha detto...

ribadisco con grande sdegno che ancora non hai visto geims bond.....

Jacopo ha detto...

mah.. sempre cn sta storia dell'ipocrisia della cultura americana.. eppure lynch è una autore ancoratissimo alla cultura americana.. è nato e cresciuto nell'america profonda, e il ritratto che ne offre nei suoi film è sempre positivo (basti vedere una storia vera)

gparker ha detto...

Nessuno ha definito Lynch "colui che svela il perbenismo, l'apparenza e i vergognosi segreti della provincia americana". Ho solo detto che è il filo conduttore delle sue opere. Questo non leva che ci sia molto altro (cosa che non ho mai negato), ma non tutto ricorre quanto il tema dell'apparire.
Comunque non ho ancora capito bene (al di là del contrasto bene/male che è un po' tipico di tutto il cinema americano) quali ritieni che siano i fili conduttori...

Geims: non ci crederai ma è la cosa più difficile del mondo andare a vedere quel film! Ora ho una nuova data: venerdì. Ce la farò!

Fabio ha detto...

Io non credo che Lynch voglia nei suoi film operare un qualche tipo di critica sociale. Quello che tu chiami "il perbenismo, l'apparenza e i vergognosi segreti della provincia americana" è solo un aspetto, per lo più marginale ed implicito, della ricerca di Lynch, che secondo me verte invece sul sogno, sull'ignoto, sull'apparenza. Questi 'grandi temi' vengono però trattati con una prospettiva molto "estetica". La sua è quindi un'indagine più ampia, che raramente si sofferma sul particolare, sul caso specifico di disagio sociale; si trova invece più a suo agio nell'evasione spirituale, od appunto onirica. Anche in Eraserhead, dove riesce facile trovare elementi di critca sociale, ritengo invece che questa lettura abbia un peso specifico minore rispetto alla dimensione grottesca e visionaria. Per quanto sia pressochè impossibile trovare un regista che metta completamente da parte le sue idee in merito a politica e società, Lynch è per me uno di quelli che ha meno interesse in questo campo. Le sue interviste che ho letto (ad esempio quella di Repubblica di due giorni fa) difatti non fanno riferimento a letture di questo tipo della sua produzione cinematografica.

Ho il tuo sito nei preferiti e lo segnalerò presto nel mio (misero) blog. Lo trovo davvero molto interessante e completo di informazioni riguarda il cinema di ieri e di oggi. Continuerò a leggerti!
P.s.:ho scritto di fretta, scusate la sintassi un po' labiritica...

gparker ha detto...

Ribadisco unicamente che io non ho mai scritto "il perbenismo, l'apparenza e i vergognosi segreti della provincia americana".
Non userei mai queste parole per Lynch. E forse non le userei mai in assoluto.

Massimo Manuel ha detto...

Criticare l'apparenza comprende anche "l'apparente perfezione della cultura americana", così come diversi fili conduttori non si escludono a vicenda... Mulholland Dr. ci insegna...

fabio ha detto...

Non si escludono è vero. Ma questo non vuole dire che l'una debba per forza sottintendere l'altra. Si può però parlare di vera "critica" dell'apparenza? Non è forse quello di Lynch un cinema che deve molto proprio all'apparenza? Secondo me il suo atteggiamento in proposito è tutt'altro che critico. Piuttosto è ambiguo.

Massimo Manuel ha detto...

Non mi sembra... per lo meno, ho sempre avuto la sensazione che tutto ciò che viene mostrato bello e positivo nelle apparenze, viene sistematicamente distrutto nelle opere di Lynch e talvolta viceversa... (in Ereserhead il bimbo\mostro fa molto più tenerezza dei suoi genitori, a volte)
Questo non significa che Lynch sovverte gli stereotipi, sarebbe riduttivo ridurre tutto ciò a questo... piuttosto, a mio parere, sottolinea l'estrema contiguità fra sano e perverso tipico della cultura americana.. (e non solo!)

gparker ha detto...

Avere un tema come filo conduttore non vuole dire necessariamente criticarlo, ma più spesso indagarlo. Cioè porsi con atteggiamenti anche contrastanti nei suoi riguardi per coglierlo ogni volta in maniera diversa.

Lele ha detto...

Ti do un consiglio: se vuoi fare il critico cinematografico cerca di capire la differenza tra una cinepresa (o macchina da presa) ed una telecamera.
E se per caso non volessi fare il critico cinematografico cerca di capirla comunque.
Per il resto la recensione non è affatto male e il film è decisamente un capolavoro.

gparker ha detto...

La differenza la conosco e se vogliamo essere precisi nel caso specifico trattasi di videocamera e non telecamera.
Sviste di questo tipo abbondano nel blog, un po' per trascuratezza del dettaglio, un po' per concitazione nello scrivere. Non che ne vada fiero ma capita.
Grazie della segnalazione, correggo.

Noodles ha detto...

Indubbiamente il film DEVE durare tanto, perché INLAND è un'esperienza prima ancora di un film, che sulla durata gioca anche la sua più alta motivazione.

Anonimo ha detto...

Ciao! Questo post è entrato a far parte dell'Inland Empire Aggregator!

Private I

Eleonora ha detto...

Ciao, ho letto la tua "recensione", ma non sono d'accordo. certo, ogni tipo di posizione riguardo ad un film come IE deve essere accettata, non può essere altrimenti, ma lascia che ti dia degli indizi che ti aiuteranno a capire, a "vedere" oltre il buco nella seta, se avrai il copraggio di rivederli il film.

1- i conigli imprigionano la ragazzapolacca nella camera d'albergo per salvarla dal suo destino.

2- il marito della ragazzapolacca incontra il padre-coniglio fuori dalla camera dove la ragazza è rinchiusa, il coniglio ha preso le sembianze dell'uomo sul divano, e mette a conoscenza della realtà dei fatti il marito che deve, con la "magia" cambiare il destino della moglie.

3- ci fu una donna che tradì il marito, nel passato(ieri). questi deciderà di unirsi ad un circo itinerante, e li incontrerà il Fantasma, o Smity, il quale ha il potere di modificare i destini delle persone, passando fra i vsri livelli di realtà. insieme trovano il modo di punire la moglie traditrice, incatenandola al destino di adultera.

4-questa storia diventa una leggenda, dalla leggenda viene tratto il soggetto del film 4-7 che non sarà mai finito a causa della morte dei protagonisti.

5- la protagonista di 4-7 è legata al destino della prima donna, e tradisce il marito con l'attore coprotagonista. entrambi saranno uccisi dal coniuge dell'altro.

6- Nikki è la protasgonista de il blu cielo del domani. il remake di 4-7 anche il suo destino è segnato.
però ad un certo punto le cose prendono una piega diversa, l'intervento dei conigli (l'ometto-burocrate nel magazzino-ufficio col quale la donna si confessa è il coniglio) è fondamentale. Il marito della ragazza nella camera d'albergo(che vive nel futuro, domani) viene incaricato dai conigli(che hanno preso le sembianze dei tre vecchietti che fanno la seduta spiritica richiamandone la moglie) di mettere quella pistola, da loro fornita, nel luogo dove finalmente Nikki potrà trovarla per uccidere il Fantasama(Smity), come effettivamente accadrà, interrompendo il ripetersi degli eventi, come suggerito dal giradischi che sempre compare.
ecco questa è la mia versione.

scusa per la èresunzione, ma alla fine tutto può essere, no?