La notte degli Oscar lo ha decretato vincitore su La Sposa Cadavere e su Il Castello Errante Di Howl. Oscuri come sempre sono i percorsi compiuti dall'Accademy, in questo caso non è ben chiaro il motivo percui abbiano fatto vincere il lungometraggio di Nick Park (già il fatto che l'Oscar sia un premio per il quale ad ogni assegnazione segue una motivazione non ufficiale la dice lunga), sicuramente molto molto carino e sopra la media del cinema prodotto solitamente ma nettamente inferiore alle opere deliranti e sognanti di Burton e Miyazaki. L'aveva già notato qualcuo che Helena Bonham Carter, moglie di Burton e doppiatrice di un personaggio di La Sposa Cadavere doppia anche la protagonista di questo film?
Intendiamoci Wallace & Gromit: La Maledizione Del Coniglio Mannaro, lo ribadisco, è molto bello, intelligente, ironico e anche un po' iconoclasta, sa leggere nelle pieghe del cinema e delle altre forme di narrazione proponendo il racconto di una realtà che non esiste più se non, per l'appunto, nelle forme di narrazione. Proprio dai generi cinematografici partono gli sceneggiatori per costruire un film che non prende in giro nemmeno più la realtà (l'unico referente reale forse è la religione) ma solo i generi cinematografici e le loro figure archetipe.
E' un film decisamente intrigante che gioca con il cinema senza renderlo esplicito, proponendo un universo rigidamente basato sulla forma cartoonistica o fumettistica (caratterizzazioni esasperate, totale svincolo dal realismo e personaggi con psicologie semplicissime) all'interno del quale declinare tutte le possibilità di narrazione moderne.
Esemplare in questo senso è la scena del coniglio risucchiato che vola verso la luce o quella nella chiesa, nella quale vengono consegnate a Victor il cacciatore le pallottole d'oro, dentro c'è tutta la semplicità di caratteri stereotipici, utilizzati con tutte le forme e le soluzioni tipiche dei racconti horror/spiritici.
In particolare di Wallace e Gromit amo molto l'idea del cane che non solo non parla mai (e quella è una soluzione già vista parecchie volte) ma fa anche pochissime espressioni facciali, rendendo ogni momento panico (quasi sempre infatti affidati a lui) ancora più potente. Anche solo vederlo accarezzare la zucchina gigante o contemplarne i resti una volta spiaccicata sono eloquenti in questo senso. Perchè lo spettatore sa che non farà alcuna smorfia di dolore, ma parimenti sa che sta soffrendo, è proprio lo spettatore a completare il quadro.
A me è sembrato cmq che le trovate comiche fossero in molti casi debitrici all'umorismo de I Simpson.
Intendiamoci Wallace & Gromit: La Maledizione Del Coniglio Mannaro, lo ribadisco, è molto bello, intelligente, ironico e anche un po' iconoclasta, sa leggere nelle pieghe del cinema e delle altre forme di narrazione proponendo il racconto di una realtà che non esiste più se non, per l'appunto, nelle forme di narrazione. Proprio dai generi cinematografici partono gli sceneggiatori per costruire un film che non prende in giro nemmeno più la realtà (l'unico referente reale forse è la religione) ma solo i generi cinematografici e le loro figure archetipe.
E' un film decisamente intrigante che gioca con il cinema senza renderlo esplicito, proponendo un universo rigidamente basato sulla forma cartoonistica o fumettistica (caratterizzazioni esasperate, totale svincolo dal realismo e personaggi con psicologie semplicissime) all'interno del quale declinare tutte le possibilità di narrazione moderne.
Esemplare in questo senso è la scena del coniglio risucchiato che vola verso la luce o quella nella chiesa, nella quale vengono consegnate a Victor il cacciatore le pallottole d'oro, dentro c'è tutta la semplicità di caratteri stereotipici, utilizzati con tutte le forme e le soluzioni tipiche dei racconti horror/spiritici.
In particolare di Wallace e Gromit amo molto l'idea del cane che non solo non parla mai (e quella è una soluzione già vista parecchie volte) ma fa anche pochissime espressioni facciali, rendendo ogni momento panico (quasi sempre infatti affidati a lui) ancora più potente. Anche solo vederlo accarezzare la zucchina gigante o contemplarne i resti una volta spiaccicata sono eloquenti in questo senso. Perchè lo spettatore sa che non farà alcuna smorfia di dolore, ma parimenti sa che sta soffrendo, è proprio lo spettatore a completare il quadro.
A me è sembrato cmq che le trovate comiche fossero in molti casi debitrici all'umorismo de I Simpson.
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