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22.12.10

Un Altro Mondo (2010)
di Silvio Muccino

Stavolta non c'è da ridere. Questa è la vera novità. E la si potrebbe chiudere qui, perchè per il resto Un altro mondo ribadisce tutto quello che di dannoso era presente in Parlami D'Amore (uno dei film più involontariamente comici della sua stagione), sebbene in maniera minore.
Ancora una volta si racconta una storia di scoperta dei sentimenti autentici e vita a contatto con gli altri, da parte di un tormentatissimo personaggio che vive in contesti ben oltre l'agio. Se non è l'amore di due amanti è quello parentale e così in Un altro mondo è l'incontro con il fratellastro molto minore e molto perduto, unito all'obbligo di occuparsene, che faranno capire al protagonista come la vera felicità sia darsi a qualcun altro (lagrima).

Il problema ovviamente non è la trama, che in sè non presenta variazioni dalla classica struttura di un qualsiasi melò e anzi in certi momenti rispetta i binari del più ordinario cinema della commozione, il problema è la messa in scena all'insegna dell'urlo.
L'urlo non è solo quello delle parole urlate ma anche quello delle immagini urlate, delle metafore urlate, dei richiami autobiografici urlati (un fratello maggiore fa da padre ad uno minore, ma il secondo insegnerà al primo ad amare). Tutto in Un altro mondo è sottolineato e raddoppiato. I personaggi esplicitano verbalmente i loro sentimenti, la musica sottolinea il momento, la luce si fa poetica e l'immagine paradigmatica, tutto nella messa in scena punta continuamente nella medesima direzione, di fatto urlando un contenuto. Tutto è insistito e purtroppo naive.

In questo senso non può aiutare la solita recitazione maldiretta (se per Silvio siamo abituati fa specie vedere Isabella Ragonese così scialba) cui sembrano essere sempre affidate le sorti del film. A salvare la baracca inaspettatamente ci pensa Michael Rainey Jr., il bambino di colore coprotagonista, un vero miracolo di casting capace di trattenere e liberare sentimentalismo quando serve e in grado di gestire i toni meglio degli adulti.

Il carattere letterario dei dialoghi (per non dire della voce over!), la ferma volontà di fare poesia e non prosa, unita alla scoperta dell'ovvio e alla dimostrazione del già visto, rischiano di mandare in bestia lo spettatore anche a fronte di un film dai valori tecnici decisamente migliori della media. In particolare si distingue la bellissima fotografia dell'ex collaboratore di Gabriele Muccino, Marcello Montarsi, che replica quel modo di procedere che aveva reso fulminante l'esordio del fratello grande (colori saturi, movimenti continui e secchi, temperature diverse a seconda dei luoghi e sovraesposizione), citando anche nell'immagine del campo da pallacanestro sul tetto un momento di La ricerca della felicità.
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