CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2011
Se non è la carne è il delirio mentale. Nei casi migliori sono entrambi. Il cinema di Cronenberg è capace di declinare ogni storia e ogni argomento secondo la dialettica o l'assonanza di queste due componenti. In A Dangerous Method com'è facilmente intuibile dalla trama (la relazione tra Freud, Jung e una paziente di quest'ultimo), la mente è non solo il quadro di lettura ma anche l'oggetto dei discorsi e da questo forse deriva l'insipienza del film.
Cronenberg fa una scelta radicale (per lui) e gira un film tutto parlato, in cui la componente immaginifica non va più in là delle potenzialità e delle velleità di qualsiasi altro regista mestierante. Ma se all'inizio i dialoghi sono particolarmente evocativi e riescono a raccontare di più di quel che dicono, proprio assecondando l'immaginario cronenberghiano di mutazioni, contatti epidermici e fuoriuscite dal corpo, con il procedere del film questo viene sempre meno per lasciare spazio alla battaglia dialettica tra i tre. Questo, nemmeno a dirlo corrisponde anche ad un drastico calo del fascino del film.
Che Michael Fassbender e soprattutto Viggo Mortensen riescano poi ad animare il film disegnando una relazione che lentamente si deteriora tanto negli sguardi (sempre meno d'ammirazione e sempre meno speranzosi) quanto nei toni (sempre meno concilianti), è caratteristica meritevole ma non salvifica. Il film galleggia nella medietà. Imperdonabile per uno come Cronenberg, era meglio un fallimento epico.









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