3.9.10

Somewehere (id., 2010)
di Sofia Coppola

Share |

POSTATO SU
IN CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2010

Al quarto Sofia Coppola continua a battere sul medesimo dente: la solitudine nella fase di crescita (coincida essa con quella fisiologica o sia solo interiore). Che sia in una famiglia numerosa, lontana da casa, in un ambiente ostile o, come in questo caso, nella più totale immersione nel niente, la poetica di Sofia Coppola è chiara. La cosa che sorprende è come ancora trovi stimoli, idee e contenuti per parlare delle svolte umane, di sentimenti fuori dal comune e di tutto ciò che il resto del cinema solitamente non tratta (ovvero del rapporto dell'essere umano con la propria storia personale nel momento magari lungo in cui si trova nei non-luoghi e nel non-tempo ad interagire con non-persone).

I non-luoghi per antonomasia sono gli hotel (luogo d'elezione della regista per sua stessa ammissione) e in Somewhere anche tutti quegli altri posti transizionali come strade, premiazioni, macchine, conferenze... nei quali il protagonista è sballottato (e le cose non vanno meglio quando è a casa).
Il non-tempo invece è quella dimensione sfasata presente anche in Lost in Translation, data da un misto di jet lag e incapacità di governare la propria vita, la quale è costantemente gestita da altri o vittima delle "occasioni".
Le non-persone invece sono quel cumulo di interazioni professionali, false e lavorative nelle quali non si entra mai nel personale, non si condivide mai qualcosa ma si sostiene comunque un personaggio.

In particolare l'attore di Somewhere, famoso e bello è preda volontaria di una serie infinita di incontri sessuali casuali, di incontri professionali gestiti dall'ufficio stampa e solo quando si trova a passare del tempo con la figlia di 12-13 anni circa sembra ritrovare un'idea di vita come la ricordava. Che poi è il punto centrale di Somewhere: avere o cercare un somewhere che abbia senso da cui ricominciare o dove andare a termina il processo di mutamento.
La cosa curiosa è come un film che dovrebbe parlare a quell'1% della popolazione che conduce la vita ritratta riesca invece a toccare corde universali, stavolta senza nemmeno accennare una trama e contando solo sull'accumulo sentimentale. Sofia Coppola è sia brava che arrogante, un mix che finchè dura è ottimo.

Se volete saperlo c'è tutta la parte in cui l'attore si reca a Milano per la promozione e viene coinvolto nella cerimonia dei Telegatti assieme alla figlia (bravissima Elle Fanning, ma che famiglia è quella??), come capitò alla piccola Sofia con il padre. Il ritratto del nostro paese è abbastanza violento, specie per quanto è minuziosamente realistico. Non spara insulti a caso ma centrando sempre l'obiettivo.

23 commenti:

Gegenschlag ha detto...

Sono giovane, relativamente sensibile, di buone letture eppure di fronte al plotone d'esecuzione di questo blog, dei signori borghesi e dei giovani con montature vintage che hanno condiviso il cinema con me questa sera mi sento di dire un sonoro BASTA.
Va bene tutto, la raffinatezza, il minimalismo, Raymond Carver, l'accumulo sentimentale accennato e non gridato, però non si può giocare sempre a ribasso.
Credo che a questo film manchi francamente vigore, un vigore che non può essere dato dall'autocompiacimento. Non pensate che io voglia a tutti i costi un cinema ricco di scene madri (modello muccino o elio germano muratore rampante), anzi sono cresciuto a pane e Kaurismaki e i silenzi di Pellompaa mi hanno riempito lunghi pomeriggi tardo adolescienziali. Credo che questa volta Sofia si sia un po' crogiolata nel voler non dire nulla ma dirlo bene. La forma è tutto, siamo d'accordo, ma ci deve essere quella sostanza intoccabile che muove gli interstizi, il sacro sommerso che attraverso quella forma diventa mitopoiesi.
E' vero che sono appena terminati gli anni 00, dove nulla è stato prodotto e nulla si può raccontare, ma ho l'impressione che la Coppola abbia voluto siglare un faustiano patto con lo spettatore secondo il quale rimaniamo tutti d'accordo che ci va bene così, che ci sentiamo tutti un po' più intelligenti se guardiamo estasiati.
Il senso del prodotto coppola si riassume nel fatto che lui al pianoforte strimpelli il tema delle Varizioni di Goldberg di Bach. perché quella musica così riconoscibile? Cui prodest?
Siamo nella post-storia, d'accordo, ma non basta un sorriso alla fine e tanta melina per dire qualcosa ....

gparker ha detto...

tutto quello che dici lo condividevo prima della proiezione, poi la visione del film mi ha fatto pensare che comunque nel voler fare mitopoiesi a modo suo (illustrando uno zeitgeist non attraverso una storia ma attraverso una situazione) comunque la Coppola ci sia riuscita un'altra volta.

Sono il primo a chiedermi quanto possa ancora fare questo cinema, quanto possa ancora ripetersi, ma almeno per questo caso funziona ancora. Esaspera il discorso Lost in Translation, radicalizza e rischia un po' di più ma, ripeto, funziona. Il racconto di queste terribili solitudini e dei non luoghi mi sembra ancora una volta efficace.
cui prodest non lo so. a me piace anche senza occhialini vintage

Gegenschlag ha detto...

Naturalmente il riferimento agli occhiali non voleva essere diffamatorio ne tantomeno una spia di ressentiment Nitzcheano, anzi... comunque la tua spiegazione mi covince, nonostante rimangano i miei dubbi sul rischio "meta-superficialità".
Detto questo, sappiamo che la Coppola preme sull'accelleratore dell'azione nelle pubblicità, dove ci mette più pepe che al cinema.
In conclusione: ma quanto è magnetico Bencio del Toro nell'ascensore?

Anonimo ha detto...

@Gegenschlag: Ti amo. Sento che solo tu potresti rivelarmi cosa significa "mitopoiesi".
Flavia.

gparker ha detto...

ma si fa al liceo la mitopiesi!
E' una funzione sociale, può essere svolta da chiunque. E' la generazione di miti, o meglio di storie che hanno diversi valori e utilità.
Lo hanno fatto i cantastorie, i musicisti, gli aedi, i poeti, i giullari, i cantori, gli autori d'opera, di teatro e via dicendo. Chiunque parli ad una massa utilizzando delle storie per comunicare altro: valori, idee, uno zeitgeist ma anche delle vere e proprie nozioni (tipo quelle nelle opere omeriche) o ancora ammonimenti. tutto fatto utilizzando la cornice di una storia.
Come quando in Amleto, lui organizza una rappresentazione dell'uccisione del padre per far crollare lo zio colpevole, il quale vedendo rappresentato se stesso non ce la fa e si tradisce.

Fabio ha detto...

Non ti fidare, Flavia... non si fa al liceo. Sono dei fottutissimi intellettuali.

Gegenschlag ha detto...

Flavia, allora celebriamo le nostre nozze mistiche e mitopoietiche con Gparker a fare ad officiare la cerimonia, che è pur sempre una "funzione sociale" (ma dove hai fatto il liceo? a Francoforte?)...

gparker ha detto...

Ho studiato all'istituto superiore Adorno....
No sul serio la studiai a proposito dei poemi omerici e della funzione degli aedi. Poi ovviamente era il liceo, non e' studiai la mitopoiesi, mi venne detto che assolvevano alla funzione mitopoietica, cioè producevano storie da tramandare che contenevano i valori, le idee e gli insegnamenti di un popolo che non scrive.

Anonimo ha detto...

@Gegenschlag: sì celebriamo le nostre nozze virtuali e doniamo come bomboniera dei dvd di TROLL 2 e PAGANINI HORROR!

@Tutti: io ho SICURAMENTE studiato la mitopoiesi, ma poi me la sono dimenticata. I neuroni dedicati al suo ricordo furono usati per memorizzare alcune materie fondamentali come storia dei trattati e diritto canonico! Però so che significa "eziologico" ... va bene lo stesso? =))

FLAVIA

Gegenschlag ha detto...

Si va bene ottima scelta, e hai testimoni la copia della autobiografia di Kinski "Ich brauche Liebe".

Eziologico tipica "parola patrizia" del lessico giuridico.. fantastico..

Fabio ha detto...

Ma perché gparker è sempre quello che officia le cerimonie?

gparker ha detto...

perchè sono rispettabile!

alp ha detto...

a me è piaciuto....

Gegenschlag ha detto...

In sintesi:

Somewhere: luoghi comuni everywhere

gparker ha detto...

manco troppo

Anonimo ha detto...

Io rivendico il diritto di dire che "Lost in translation" mi ha fatto due palle così e "Somewhere" non lo voglio vedere!! Sono sicura che Sofia Coppola abbia delle qualità come regista, ma trovo che il ribadire ciò che è stato detto sia contrario all'idea di film che a me (sottolineo A ME) va di vedere.

Comunque, Gabri mi ha consigliato uno dei libri che mi è più piaciuto negli ultimi anni. Quindi, se caldamente raccomandata, mi piegherò anche a questa Coppola ...

Flavia.

gparker ha detto...

Innanzitutto tranquilla, in questo blog non c'è bisogno di precisare sempre che ciò che dici è una tua opinione, l'ho costruito in modo che sia così di base. Ognuno parla per sè e si presuppone che nessuno generalizza.
Detto questo concordo sul fatto che Sofia Coppola non è regista di ritmo, ma mi sembra che nei casi migliori (in pratica tutti tranne maria antonietta) riesca a supplire con idee interessanti.

In particolare Somewhere ci mette un po' ad ingranare, diciamo che la prima mezz'ora non è molto forte, però poi mi sembra ricompensi.

Hai letto poi Herzog? Sono contento cazzo! E' o non è ad un certo punto una fucina continua di spunti? Ogni paragrafo almeno 3 frasi che vorresti imparare a memoria.

Anonimo ha detto...

Hihihih ... son abituata a siti dove se dici che il tal regista non ti è piaciuto ti aspettano sotto casa per costringerti a vedere tutta la sua filmografia in originale in ginocchio sui ceci!! =))

Ho letto Herzog. Meraviglioso. Mi ha aperto gli occhi su tutto un altro modo di guardare il cinema e il lavoro NEL cinema. Mi sono anche comprata un libro-intervista a Lui che non è niente male. Le sue risposte sono titaniche!

PS. Approfitto per informarmi della tua salute e/o stato mentale visto che dai miei calcoli ti vedi tre/quattro film al giorno! Mi raccomando: mangia e dormi un pochino ...

FLAVIA

gparker ha detto...

Mi ritengo un tipo solitamente coriaceo, in salute e solido. I festival però mi stremano sempre.
Arrivato a metà comincia la salita, oggi ho faticato a svegliarmi e mi sono addormentato per metà film ad una cosa di una noia ghezziana. Ieri sera soffrivo da morire di formicolio delle gambe, già ad un'ora e mezza dalla fine del film che stavo vedendo. Sono sintomi ricorrenti. E peggiorerà.

In compenso, uscendo da I'm still here, sulle scale sono finito causalmente accanto a la nostra comune amica di cui mi hai fatto pervenire la cartolina. Era la prima volta che la vedevo dal vivo da vicino. Confermo tutto. Quel giorno non ho più sofferto dolori.

el señor dionigi ha detto...

Io sono parimenti un grande fan di Sofia Coppola e di Gparker però questa volta sono più d'accordo con l'amico Gegen quando dice che il film è troppo debole e ruffiano e con l'antipatico Mereghetti quando afferma che la regista "gira a vuoto".
E' stata una discreta delusione vedere il film ieri sera, io capisco il giusto rilievo sul fatto che si racconta una storia tramite una situazione e non un'azione, però al limite questo succede i primi dieci minuti (in cui veramente c'è una immedesimazione, quasi un'immersione, col protagonista), poi mi è parsa solo un'accozzaglia di scene e immagini e visioni senza un vero filo conduttore, non solo narrativo ma neanche poetico.

Mi è sembrato un film davvero povero di spunti, peraltro anche la musica questa volta è modesta (va bene che l'ammore è ammore ma Thomas Mars non vale un'unghia di Kevin Shields), la fotografia irregolare e l'atmosfera del fim, in generale, poco omogenea.

Terribile poi la parte in Italia, terribile per noi dico, siamo quello che il Giappone è stato per Lost in Translation, ma senza tenerezza.
Lì poi c'era una bellissima domanda esistenziale di fondo, che reggeva tutto il film (meglio incontrarsi, anche se per poco, e poi perdersi per sempre, o non incontrarsi affatto?), qui la questione del Somewhere, così come ben interpretata da Gparker, non vale neanche il tempo di un cortometraggio.

Infine, la strizzatina delle Variazioni Goldberg è davvero una caduta di stile allucinante, serve solo perchè io possa riconoscerla e il mio vicino no (o viceversa, com'è successo col quadro di Ed O'Shea impacchettato che si vede dietro il divano), e farci sentire dunque entrambi soddisfatti.

PS Dietro di me c'erano tre poveracce incredibili, che hanno commentato tutto il tempo il film come se fossero a casa loro a vedere Sex and the city, e l'apice l'hanno toccato quando sono apparse le immagini dell'hotel di Milano (il Principe di Savoia, peraltro) e una ha detto "Ahò questo è er Cavalieri Hilton, o riconosco, ogni tanto ce vado a famme 'a spa"...ognuno ha il Somewhere che si merita.

gparker ha detto...

Il commento delle due rientra nella categoria: letture del film mai immaginabili da Sofia Coppola proprio...

Per il resto mi sembra che un filo poetico il film ce l'abbia, l'idea di trovarsi in un momento di transizione stretto in un empasse che si sblocca con la prolungata permanenza con la figlia. Questo mi sembra supplisca alla lontananza del contesto celebrity, alla fine e' come con i polizieschi, non faccio ne' la vita del ladro ne' quella della guardia, pero i racconti delle vite e delle scelte di quegli uomini mi appassionano. Come in questo caso mi ha appassionato quel tipo di vuoto esistenziale e quella ricerca pigra e intimamente disperata di un qualcosa, che può essere anche un , di cui non si ha idea ma che si spera esista.

Occa ha detto...

lento, molto simile a lost in translation nella forma (molta) e nela sostanza (molto poca), molto meno brillante di marie antoinette. dialodhi pari a zero, uno che sta zitto tutto il film se la poteva risparmiare quella frase da miniserie d raiuno "scusa se nn ci sono mai". pero' mi e' piaciuto. forse perke' avevo bassissime aspettative o forse perke' venivo fresca fresca dalla visione di the american.. tutto e' relativo!

gparker ha detto...

non saprei, a me marie antoinette proprio non era piaciuto, questo invece nel suo girare a vuoto mi sembra trovi gran senso.