18.5.11

Il ragazzo con la bicicletta (Le Gamin Au Velo, 2011)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne

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Chi ha scritto che questo film è una fiaba non ha visto gli altri film dei due fratelli belga. Chi ha scritto che il personaggio di Cecile De France (la donna che si occupa del bambino protagonista) è una fata madrina che lo accompagna non ha capito niente del cinema. Capita anche questo.
Il ragazzo con la bicicletta è un film dei Dardenne al 100% (nonostante un po' di musica classica a fare da score, un finale meno tragico del solito e una fotografia leggermente più patinata), in cui si esprime di nuovo e alla grande la loro poetica di piccoli individui (solitamente bambini o con problemi legati ai bambini) schiacciati da una società che sembra indifferente, non li aiuta e spesso si mette di traverso. E si ritrova di nuovo quello stile asciutto e dalla mano forte, che ha influenzato gli ultimi 10 anni di cinema europeo e che rappresenta sicuramente la forma più pura di linguaggio filmico possibile oggi. Cinema che va dritto al punto della questione usando un racconto ma non dandogli mai importanza. Un'idea di cinema che crea una visione di mondo talmente forte che si potrebbero levare delle scene (anche cruciali) o aggiungerne altre e il risultato sarebbe il medesimo.

Stavolta però, contrariamente a quanto capitato nei primi 4 film del duo, la storia si dipana in maniera più omogenea, senza quelle impennate d'azione e sentimento in precedenza relegate agli ultimi minuti. La storia di questo bambino che non si arrende al fatto che il padre non voglia più vederlo è narrata lungo tutti gli 89 minuti con la medesima intensità e il medesimo furore. Furore del bambino stesso che, rispetto ai protagonisti dei passati film dei fratelli, mostra una grinta e una tempra fuori dal comune.

Non siamo di fronte ai soliti uomini e donne agiti dal destino, incapaci più di tanto di prendere le redini della propria vita, avendo un obiettivo forte da perseguire, ma più vicini alla Lorna del loro penultimo film.
Cambiando gli addendi non cambia però il risultato. Se in passato l'essere sballottati da una vita che sembra riservare solo amarezze o costringere a decisioni terribili, era un modo per lasciar uscire la profonda umanità dai volti inespressivi dei personaggi, stavolta il suo opposto, cioè la furia del bambino protagonista, la sua corsa costante in tutte le direzioni, sempre in fuga da qualcosa è lo stesso un modo per raccontare un sentimentalismo esasperato.
In più la risoluzione finale, clamorosa considerando la filmografia Dardenne, ha una forza e quasi un valore, simili a quella del finale di Ordet.

2 commenti:

vinz ha detto...

io quando l'ho visto non ho potuto fare a meno di pensare a pinocchio; ora ho letto che i Dardenne stessi hanno fatto questo accostamento.
da come esordisci, mi sembra di capire che sono cazzate dei giornalisti che stravolgono come gli pare le dichiarazioni?

gparker ha detto...

no io sostengo che una cosa è quel che i registi dicono o vogliono far passare alla stampa (ognuno è promotre di sè e sa bene cosa conviene dire per andare sui giornali), un'altra è il film che non necessariamente deve essere quel che i registi volevano fosse. E sinceramente qui di favolistico ho davvero visto poco.