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6.11.14

Interstellar (id., 2014)
di Christopher Nolan

PUBBLICATO SU 
Non è privo di difetti, non è privo di cadute di stile (ma come si possono gettare dei fogli in aria e gridare "Eureka!" in segno di felice scoperta?!?!), nè è privo di scrupoli nel portare a termine il suo complesso racconto tra leggi della fisica e teorie che vanno capite, tanto da non vergognarsi di fermarsi a fare i disegnini così che tutti comprendano cosa stia per accadere, o ancora di semplificare all'eccesso cose che non lo meriterebbero, volando con la fantasia in modi anche eccessivi. Tuttavia un film ambizioso come Interstellar non lo si vedeva dai tempi di Tree of life, uno che voglia essere così serio anche quando fa un po' di umorismo, uno che prenda una posizione così netta e che rischi tutto (perchè questo vuol dire essere seri, non potersi rifugiare nel cazzeggio) per arrivare nel terreno dei film di fantascienza più audaci.

Interstellar è una macchina micidiale di suspense e tensione che alterna situazioni avventurose date dall'esplorazione alla meraviglia per l'ignoto, mescola rigore kubrickiano a stupore e semplicismo spielberghiano, il desiderio di conoscenza e il disprezzo per un futuro in cui la scienza è stata bandita, in cui non si esplora più il nostro pianeta, la nostra conoscenza o anche lo spazio perchè bisogna conservare, essere "guardiani" di quel poco che ci è rimasto dopo che una piaga ha reso incoltivabili diversi tipi di piantagioni. È una delle idee migliori, quella di un futuro inedito, in cui l'asciugarsi della sete di conoscere ha fermato il tempo (la moda e l'ambientazione sembrano di qualche anno fa), tempestato dalla sabbia e da belle giornate dietro le quali si nasconde l'orrore dell'immobilismo. Tutto è luminoso ma si sente l'aria della morte, anche più di quando invece in mezzo allo spazio (luogo di morte per eccellenza, dove la vita non può esistere) gli occhi del Cooper di McConaughey brillano vitali perchè finalmente riempiti da cose che non ha visto, dalle frontiere di quel che conosciamo. Come conseguenza di questo anche la tecnologia non è più menzognera, traditrice e portatrice di rovina ma il miglior amico dell'uomo (è qualche anno che la fantascienza sta cambiando in questa direzione), lo strumento per aspirare ad essere di più e, nel caso specifico, andare ai limiti del tempo.
Ancora una volta infatti è tutta una questione di tempo: "Sono un fisico, non ho paura di morire, ho paura del tempo" dice il personaggio di Michael Caine.

Il tempo nei film più personali di Christopher Nolan è sempre stato fondamentale, a volte sembra essere la cosa che lo ossessiona di più. Era l'espediente che rendeva unica una storia molto semplice in Memento, era quello che nessuno considerava nel trucco del protagonista di The prestige, era percepito diversamente da ogni personaggio in Inception a seconda del grado di profondità in cui era sceso nei sogni. Ogni volta Nolan ha "usato" la percezione che del tempo hanno i personaggi per raccontare una storia in maniera diversa dal solito, non solo i flashback o le costruzioni atemporali ma una sorta di folle contemporaneità di tutti i tempi del racconto, per la quale spesso passiamo da un momento all'altro nel passato, nel presente e nel futuro con la furia del ritmo dato dalla suspense (in molti ne hanno tratto ispirazione come Cloud Atlas). Interstellar porta ancora più avanti questa sua ossessione mettendo in scena di nuovo una storia con diverse dimensioni temporali che vivono e interagiscono tra di loro contemporaneamente ma inserendo l'esigenza di immaginare il tempo in maniera differente dal solito anche nella trama.
Si tratta di un modo di narrare che rende estremamente semplice qualcosa di estremamente complesso (una frase che potrebbe riassumere tutta la filmografia di questo autore) attraverso una mostruosa costruzione di montaggio e musica, anch'essa a tema temporale con i suoi ticchettii, che in certi momenti di Interstellar si avvale anche delle più banali "spiegazioni a voce".

Come fosse egli stesso un fisico Nolan cerca di inserire anche l'amore all'interno dei meccanismi che regolano la nostra realtà, lo fa spiegare come fosse una forza che non conosciamo ma non diversa dalle altre e quindi da seguire perchè se punta in una direzione c'è sicuramente un motivo. Commovente e algido, un binomio che regge tutto Interstellar, in cui si piange molto e si muore poco (per essere un film d'avventura interstellare) ma sempre con l'ardore dello scienziato, ci si emoziona per un incontro inatteso tanto quanto per la visione di un buco nero. È un film su quello che non possiamo fare a meno di essere e che siamo sempre stati, che usa un luogo di cui non sappiamo nulla (lo spazio profondo) per stimolare nello spettatore le medesime spinte del protagonista.
Forse l'unica pecca che realmente abbatte le possibilità del film sta allora non tanto nelle cadute di stile ma nella scelta di misurarsi nel campo dei film che hanno raccontato l'ignoto spaziale (sempre al confine tra un ambiente esterno e un ambiente interno a chi lo esplora) senza lasciare nulla al mistero ma spiegando quasi tutto (anche se l'impressione è che alla fine, la spiegazione che lo stesso protagonista dà a se stesso riguardo l'origine dell'avventura in cui è stato coinvolto sia appositamente non attendibile, poichè non supportata da nulla se non da sue supposizioni), fornendo assieme alle domande anche le risposte, ciò che Tarkovsky o Kubrick metodicamente evitavano. Perchè nonostante le risposte di Nolan siano suggestive, nulla lo è più di un interrogativo.

16 commenti:

Michelangelo Monte ha detto...

Non concordo sulle cadute di stile. Alcuni comportamenti dei protagonisti che all'apparenza peccano di banalità si mescolano egregiamente con la complessa struttura narrativa. Fondamentale poi il "ruolo" dell'amore, inteso come vera e propria forza fisica, unica a sfuggire alle rigide regole della scienza, che apre quella speranza che il cinismo e l'assolutismo scientifico (specie nel genere fantascientifico) sembrano disintegrare nella prima metà del film. Per il resto sono tre ore di godibile cinema e un piacere per i sensi.


Gabriele Niola ha detto...

Io invece credo che in più di un momento quel rigore espresso all'inizio sfoci in una trascuratezza che un po' affossa un film comunque molto riuscito


Anonimo ha detto...

La trascuratezza sta nell'uso eccessivo di primi piani.

M.M.


Andrea Maderna ha detto...

Sulla questione "eureka", però, lo dice il personaggio stesso che lo sta facendo apposta, perché "è tradizione". Non viene presentata come una cosa spontanea, ma come un gesto esagerato volutamente (da lei). :)


Gabriele Niola ha detto...

M.M. Quelli non mi dispiacciono, stiamo pur sempre guardando un film hollywoodiano, non si può mica pretendere di cambiargli la mentalità

Andrea: Si certo lo dice ma tutto il pacchetto, esultanza, fogli all'aria e bacio e di un kitsch terribile e stona rispetto al resto del film


Anonimo ha detto...

Quanto è vero. Su Eureka+bacio mi sono vergognato io per loro.


Anonimo ha detto...

Lo capisco, ma per un film così tanto parlato mi é sembrata una scelta "povera", specie guardando ai film di Nolan dove ci sono sempre stati dialoghi fittissimi ma mai così "statici".

P.S. Sangiorgio su filmtv parla di film privo di cinema! Si può davvero arrivare a dire tanto?

M.M.


Gabriele Niola ha detto...

Nolan suscita molto fastidio in chi non lo ama e l'aura di fanatismo che invece sprigionano i suoi amanti tende ad incattivire.
"privo di cinema" non credo proprio vada preso letteralmente, è anzi un film cinematograficamente molto complesso e tutto gli si può dire tranne che non conosca (e bene) la macchina filmica. Penso che non ne tolleri gli intenti e la visione di racconto


Anonimo ha detto...

Sì, infatti ci si diverte molto a leggere il fanatismo in entrambe le fazioni perché anche la critica, quando ci si mette, sa scendere a livelli da bimbo minchia, tutto bianco o tutto nero. La tua critica, invece, mi sembra sappia acciuffare i meriti del film pur evidenziandone i limiti.
Nolan resta un cineasta fra i più interessanti al momento, forse l'unico a non appiattire le proprie esigenze artistiche a quelle produttive. Sarebbe interessante, a questo punto, un suo ritorno ad un cinema più "intimo", qualcosa che ricordi un'altra sua vetta come The Prestige.

M.M.


Gabriele Niola ha detto...

A me questo ha convinto molto. Certo lui non è tipo da dramma da camera, film dai dialoghi raffinatissimi e messa in scena sacrificata. Però la maniera in cui si muove in queste megamacchine miliardarie, in cui racconta cose complicate con grande fluidità è impressionante e in un certo senso setta un nuovo standard


Anonimo ha detto...

Ah sì, la sua visione é decisamente grandiosa e ha alzato l'asticella e sicuramente non vorrei vedere Nolan dirigere Carnage! Ma ha una tale padronanza del linguaggio (e del SUO linguaggio) da far ben sperare ad un ritorno con personaggi più terreni e meno dotati tecnologicamente ma capaci altrettanto di sorprendere come lo erano i prestigiatori del suo film o il poliziotto di Memento.

Una curiosità: non pare anche a te che Nolan nei suoi film imbastisca sempre un discorso metacinematografico?


Andrea Maderna ha detto...

Mh, sul discorso "eureka", ho l'impressione che stiamo parlando di due cose lievemente diverse, quindi provo a spiegarmi meglio. Non che voglia aver ragione, eh, si può essere di opinione diversa, però vorrei che ci capissimo. :)

Se ne fai una questione di, diciamo, messa in scena, di momento che non funziona perché kitsch, per carità, capisco. Magari non sono d'accordo fino in fondo, però capisco e in parte condivido.

Se però la domanda è "ma come si possono gettare dei fogli in aria e gridare "Eureka!" in segno di felice scoperta?!?!", beh, a me non sembra tanto sballata, come risposta "dopo aver trascorso praticamente tutta la vita lavorando su un'equazione che è l'unica speranza dell'umanità, con oltretutto addosso la rogna di quel che è capitato con tuo padre, e aver poi trovato la soluzione in quella maniera assurda, hai voglia di sfogarti facendo anche un po' la stupidina". Mi spiego? Poi, per carità, possiamo non essere d'accordo, ma come "credibilità" del gesto io non ci vedo nulla di strano.


jeff ha detto...

D'accordo con te sull'Eureka: se sente l'obbligo di urlarlo perchè è tradizione, è come dire una battuta stupida sapendo che era stupida ma giustifcandosi... Ma cmq è cosa da niente anche se fastidiosa :)

Mi piace quest'analisi ma poichè il film mi è sembrato proprio mal riuscito (nella schiera dei Nolan e non solo), mi butto sull'ultimo paragrafo. Nel film si spiega troppo in modo davvero eccessivo, prendendo per stupido lo spettatore. Non ho letto la rece su filmtv (e anzi sono curioso di leggerla) ma penso che se vuoi fare cinema devi darti alle immagini e non alle parole che spiegano gli eventi che accadono, che dovranno accadere e il contesto più ampio della storia. Invece è un continuo informare su quel futuro, sulle posizioni di personaggi e via dicendo (ci sono anche molte affermazioni sull'Umanità che sanno di citazioni da reblog! :) Del tipo che Nolan ci mette qualche perla di filosofia annacquata per non farsi sfuggire niente.
Ma cmq se ha il bisogno di affidarsi così tanto alle parole mi dà l'impressione di non sapere fare altrimenti. In questo modo non semplifica ma complica di gran lunga. E poi una cosa è la complessità, che può starci, un'altra la complicazione e per me si tratta di quest'ultima. (semplificazione? un'esempio adesso è il primo Alien. Troppo lontano? Allora District 9)
Negli altri film non è sceso così tanto. Non mi sembra sia granchè un cinema dove non si lascia all'espressione dell'attore, alla scena, all'evocazione delle immagini, un pensiero, un movimento interiore. Non penso al dramma da camera, ci mancherebbe, ma ad una ambientazione che sia vera.
Mi sorprende che sottovaluti la tua ultima considerazione perchè mi sembra che sia proprio quello a cui ti riferisci l'elemento per il miglior cinema e che Nolan qui ha respinto. Tarkovskij è fuori discussione, era un poeta, cosa che non era nemmeno Kubrick (e Tarantino l'ha perfino citato a proposito di questo film, non ci credevo) e anche Kubrick che con 2001 (inaccostabile ovviamente se non per l'ispirazione) è ciò da cui avrebbe potuto prendere qualcosa di più, cioè una certa sottrazione, ma non è da Nolan che ne ha prelevato solo lo schema.
Il mistero, l'evocazione, sono quasi tutto, almeno provarci ad "inserirli". Perciò, nonostante sia da riconoscere la proiezione di un futuro così inedito (e anche l'osservazione di Mario Sesti sull'abbandono è importante), il compromesso che lascia fuori un cinema vero al posto di una "stimolazione spettacolare", mi viene spontaneo non accettarla al prezzo soprattutto di un didascalismo insistito.
Cmq per me non è certo tutto da respingere nel cinema di Nolan. Riconosco ovviamente l'impronta che sta aggiungendo al cinema di genere.


Gabriele Niola ha detto...

Anonimo: secondo me molto cinema è metacinematografico ma mi sembra anche che in quasi ogni caso siamo noi a vedercelo e che non sia inserito dall'autore. Questo non significa che il discorso non sia effettivo o concreto

Andrea: capisco il tuo discorso e forse mi sono espresso male io. Non volevo dire che è implausibile che accada ma che è fuori tono e kitsch per l'appunto. In un altro film fatto in un'altra maniera ma con trama simile magari sarebbe stato in tono, qui proprio no è come una nota stonata, in sè non ha colpe e in altre canzoni sarebbe in tono, ma lì no.

Jeff: si è indubbiamente qualcosa di fastidioso e un po' povero tutto quello spiegare. È vero che se cominci con le equazioni e le teorie, se fai sceneggiare ad un fisico vero come Kip Thorne il film lì finirai, ma è altresì vero che nessuno ti obbligava a procedere in questa maniera. Io trovo che comunque, a fronte di moltissime parole non ci sia gran spiegazione, nel senso che sono frasi in sè molto complesse, io stesso mi sono perso in più punti quando si comincia a premere su tempo, spazio, relatività, orbite ecc. ecc. Tuttavia ogni volta, dopo le parole, arrivano le immagini a spiegare quel che si era detto (è un paradosso ma spesso avviene) e lì capiscono tutti. Il tempo che scorre diversamente, che cos'era quell'equazione che non si riesce a risolvere ecc. ecc. Insomma secondo me c'è un concorrere dei due pieni d'espressione


alp ha detto...

Ma io il rigore kubrickiano nn lo vedo e lo sforzo di semplificare nemmeno, il film è divertente
anche se esGERAtamente verboso e con le cadute di stile di cui tu parli.Purtroppo hai ragione anche sull'ambizione ( troppa ) come era troppa nel film di Malick che tu citi, entrambi fallimentari a mio giudizio


Gabriele Niola ha detto...

Il rigore sta nel fatto che cerca di essere scientificamente accuratissimo (almeno prima della parte apertamente di finzione), mentre la volontà di semplificare sta nel fatto che le relazioni tra personaggi non sono mai approfondite, non è nei legami che stringono il punto ma nel rapporto che ognuno ha con quell'avventura, come nei film di spielberg


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