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5.11.14

Get on up (id., 2014)
di Tate Taylor

PUBBLICATO SU 
Ci volevano i fratelli Butterworth, una relativa novità nel panorama della sceneggiatura (insieme sono al terzo film scritto), e la produzione da vicino di Mick Jagger (sia con la sua società, la Jagged, che lui stesso di persona come esecutivo) per realizzare uno dei migliori film biografici che si siano visti, capace di mettere musica e carattere davanti ai piccoli intrighi e intrighetti di una vita privata che, una volta tanto, ne avrebbe avute di cose da raccontare.
Get on up impacchetta diversi momenti e diverse fasi di James Brown, sia personali (l'infanzia e l'adolescenza) che professionali (gli esordi, l'affermazione, l'età avanzata, la fama ecc. ecc.), ci appone sopra una data e dà ad ognuna un titolo, per poi mescolarle e saltare da una all'altra senza rigore cronologico, seguendo istinto e ritmo.

Non che non si sia già fatto (e pure con più raffinatezza in Io non sono qui) ma la maniera in cui il film è scritto predilige l'istinto al ragionamento e accoppia la musica furiosa con un racconto furioso tutto one-line e colpi clamorosi, nei suoi momenti migliori montato con isteria ritmata e coinvolgente, nel quale Tate Taylor fa di tutto per inserire un po' di quel miscuglio di buonismo e black awareness che tanto avevano funzionato in The Help.
Sotto la superficie tutta colori e anziane signore di colore sovrappeso dallo sguardo intenso e l'esperienza lunga, si cela una biografia appassionata per davvero che non dimentica mai il ruolo della musica (è per quello che siamo qui del resto) e sbriga rapidamente invece le necessarie pratiche sulle assurdità della vita privata (botte, fughe dalla polizia, carcere, fucili portati in ufficio...) per tornare di nuovo alle gride e alle spaccate.

Non esita insomma in nessun momento ad apparire un film che NON vuole raccontare James Brown l'uomo, per mettere un po' di musica in più, per inquadrare Chadwick Boseman che balla imitando come può le movenze iconiche e per esagerare in ogni senso. Get on up è un film sotto cocaina, ipercolorato, disposto a tutto per avere il medesimo ritmo che i fiati impongono al funky di James Brown e sembra non avere regole, a tratti fa parlare il protagonista con il pubblico e in altri momenti no, in alcuni invece gli strizza solo l'occhio. Quest'uomo visto come un'insaziabile macchina che aspira al successo più di tutto, che ha sete di avere e sete di cantare, che vuole andare in Vietnam e arrivato lì tra le bombe sembra esaltato dal rischio, scende dall'aereo e con uno stacco è sul palco, batteria e fiati attaccano subito al massimo e dietro di lui di nuovo con uno stacco siamo su una bomba che esplode. Urlo. Altra scena, altro periodo. 
Come gli instancabili medley che sul palco trasformano diverse canzoni in un lungo serpentone (c'è un sequenza live come non se ne vedono di solito che insiste sulla performance più a lungo di quanto qualsiasi altro biopic musicale abbia mai fatto) anche il film accorpa momenti da James Brown in un lungo flusso, attimi di insostenibile arroganza e incredibile potenza, di rabbia e carica da scaricare con un urlo o uno schiaffo alla moglie, la velocità del gioco di gambe e il groove. Una forma splendida che rende accettabili anche tutto quel contorno di retorica da Tate Taylor.

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