5.10.11

This Must Be The Place (2011)
di Paolo Sorrentino

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E' un film di paesaggi, obiettivi deformanti e canzoni quest'ultimo di Sorrentino, una scelta radicale e fedele al genere scelto. Un road movie pieno di strade, luoghi sconfinati da America profonda, nessuna città e un personaggio tra i più curiosi (anche per la filmografia di Sorrentino) e forse irrisolti che ha mai dipinto.
La rockstar da vent'anni fuori dalle scene, insicura, fragile e irrimediabilmente invecchiata che va in cerca del carnefice nazista del padre all'indomani della sua morte, non ha i connotati di potere (totale o parziale) che avevano i suoi protagonisti passati ma ne incarna le caratteristiche di outsider di lusso.

Con un'insistenza non trascurabile tanto sugli occhi tristi di Sean Penn quanto sui cieli statunitensi, il viaggio nell'America semplice di Sorrentino non arriva mai ad una sintesi, fotografa ma non mette in relazioni posti, persone e storia, è insomma il viaggio di un turista che ammira e basta. Non riesce quindi a raggiungere l'umanesimo struggente dell'epopea lentissima di Una storia vera.
Eppure la macchina produttiva sembra in gran forma. Non solo per lo Sean Penn decisamente impegnato e molto molto ben diretto (lui che tende ad avere una personalità tale da schiacciare quella di molti registi sfociando in performance ombelicali) ma anche un Bigazzi in forma smagliante, che si sbizzarrisce con continui dolly e carrelli folli (bellissimo quello che entra in acqua) in grado di tenere viva l'attenzione del pubblico da solo con alcune prospettive meravigliose.

Il film americano del regista di L'uomo in più è in realtà un film solo girato in America ma profondamente italiano nel suo senso di irrisolutezza, un'avventura tra alcuni luoghi comuni del regista (l'eredità degli anni '80, le grandissime personalità indagate nell'animo, i dialoghi pungenti, il fascino degli uomini titanici e identificati come malvagi) che nulla aggiunge e molto annoia.
Se la forza di Sorrentino sta nel raccontare storie anticonvenzionali di personaggi fieri della propria anticonvenzionalità, ai margini di tutto eppure potenti, che cercano quanto più possibile di separarsi dalla media, qui l'assurdo Cheyenne è in realtà molto più normale e ordinario di quel che possa sembrare.

10 commenti:

paolo ha detto...

me fa' mori' il cartellone sugli autobus di Roma, con il faccione di Penn che sembra un po' Robert Smith, un po' Enzo "Er Cipolla" Salvi.... più il secondo che il primo

Paolo

vinz ha detto...

Ma e' vero, e' Salvi col parruccone!
Vorrebbe assomigliare a Smith, ma si vede TROPPISSIMO che e' una parrucca.
Deve aver usato il parrucchiere degli ultimi film di Dario Argento.

gparker ha detto...

nel film però sembrano capelli veri

alp ha detto...

"l film americano del regista di L'uomo in più è in realtà un film solo girato in America ma profondamente italiano nel suo senso di irrisolutezza"
ammazza, gparker, questa è una frase cattivissima:-)

gparker ha detto...

se hai visto il film potresti anche andarci più pesante....

alp ha detto...

:-)

Onesto e Spietato ha detto...

Concordo sul fatto che sia un film irrisolto. Come scrivo sul mio blog, questo è dovuto ad un notevole ed evidente scarto tra tecnica e contenuto, grande regia e fotografia per una storia accatastata lì, con situazioni e personaggi (caricaturali) che Sorrentino butta nel calderone ma non sa collocare sulla scacchiera del film... peccato!

el señor dionigi ha detto...

(premessa: non sopporto - nulla di personale - chi inizia un commento scrivendo "come scrivo sul mio blog")

a me il film è piaciuto, non troppo (non quanto melancholia per esempio) ma più che a gparker. devo dire però che sono un fan dell'irresolutezza, delle cose che non portano a nulla, delle storie di viaggio, degli incontri casuali. mi ha ricordato molto un certo tipo di narrativa, tipo soldati di salamina o i detective selvaggi. cose che passano a uno che va in giro.

peraltro, non so se siete d'accordo, rispetto agli altri film di sorrentino (a parte l'uomo in più), c'è qualcosa che va oltre la forma, l'astrattezza, il puro gusto dell'immagine, un certo sentimentalismo sottotraccia che ad esempio esplode (alla grande e forse compiutamente solo) nell'incontro con la ragazza e il suo bambino cicciottello.

gparker ha detto...

Non sono un amante dell'irrisolutezza, lo ammetto, solitamente per conquistarmi deve sottendere un ragionamento intellettuale o un percorso narrativo inesorabile (ancora una volta il paragone con Una storia vera). Di questo film ho odiato le pretese di viaggio significativo a fronte della riuscita nulla.

E anche il sentimentalismo sottotraccia mi sembra molto più forte nelle scene anteriori alla partenza che dopo. Quei momenti tra il comico e il grottesco con la moglie o in cui spinge lo sfigato alla ragazza, mi sembra che lì il film riesca (sempre attraverso i medesimi strumenti che usa nel resto del racconto) a parlare di solitudine e alienazione.

alp ha detto...

neanch'io vado pazzo per l'irrisolutezza, e i registi europei che appena vanno in USA fanno il road movie mi hanno stufato. Poi il film è sentenzioso, è fighetto ma... si c'è un qualcosa per cui alla fine mi è piaciuto,non so cosa, forse per piccole cose, per quell'accenno di sentimentalismo cui accennava l'intervento precedente, forse perchè si rivede il grande assente di questi anni, Dio, seppure solo citato in una delle frasi finali; forse perchè Sorrentino sin dall'inizio ci dice: sono Paolo Sorrentino e vengo da napoli, sappiatelo,, da napoli, un posto violento ma probabilmente meno violento di altri che sembrano posti sereni