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4.3.09

Verso L'Eden (Eden is West, 2009)
di Constantin Costa Gavras

POSTATO SU
Con Verso L’Eden (cioè “L’Ovest è l’Eden”) Costa Gavras vuole affrontare la realtà con il piglio della metafora, dell’astrazione e della narrazione assolutamente finzionale (con tutte le iperboli del caso). Un scelta difficilissima che però in questo caso paga, regalando un grande racconto e un bellissimo personaggio.
Per riuscirci sceglie (sono parole sue) di ricalcare un’Odissea dell’immigrato, un viaggio non verso la patria ma verso un nuovo inizio, che abbia senso come crescita e non tanto in relazione al suo punto di arrivo. Allo stesso modo anche il film non ha senso per il suo finale ma per come si svolge.

Al centro di tutto c’è Elias, una specie di piccolo Charlot sessualmente potente e desiderabile ma quasi muto (praticamente dice solo “Grazie”), sempre al centro di problemi e terrorizzato da ogni forma di autorità, un immigrato che da quando è costretto a tuffarsi in acqua dalla nave che clandestinamente lo porta fuori dal suo paese non si ferma un attimo nel tentativo di raggiungere il proprio Eden, che da un certo punto in poi del film è Parigi.

Per arrivarci attraversa un mondo in cui ci sono di continuo troupe cinematografiche di sfondo che mentre Elias vive le sue disavventure riprendono costantemente dell’altro, cose infinitamente meno interessanti e più “autoriali” (il massimo lo si raggiunge quando sono tutti accalcati a riprendere un trattore).
Un mondo dove la polizia è il simbolo stesso della paura, perchè l’autorità e la legittimità lo sono per un clandestino, mentre la società non prende posizione. Costa Gavras infatti fa molta attenzione a bilanciare il male con il bene tra la popolazione, non cerca la condanna ma il racconto di diverse esperienze.

Le persone che il protagonista incontra lo aiutano, lo seviziano, gli rubano i soldi, lo salvano e gli danno da mangiare. Nel corso del suo lungo e disperato viaggio verso Parigi (e verso una persona in particolare), l’immigrato Elias le tenta tutte e mostra quell’ostinazione e quel desiderio di una vita migliore che attribuiamo a miglior causa e che sanno davvero conquistare.
Non è difficile capire dove batta il cuore del regista e come non gli interessi una prospettiva obiettiva dei fatti (il suo clandestino ruba in continuazione ma come Charlot, sempre per salvarsi o mangiare), quindi alla fine, volontariamente o meno, il film più che parlare davvero di immigrazione è una grande dichiarazione di poetica e una visione di mondo.

Bellissimo come, finalmente arrivato a Parigi, Elias debba ancora viaggiare tantissimo nella città per arrivare a destinazione e bellissima anche la scena degli occhi lucidi frutto di grandissima maestria nel costruire emozioni lungo un racconto e farle esplodere di botto.
Tra le cose peggiori invece (ma in fondo, almeno per me, poco influenti) c’è il modo in cui viene vista la tecnologia e il favolismo di fondo. Cose che ci meritiamo per lasciare che a fare questi film sia un 76enne. Cose che ci meritiamo per lasciare che a fare questi film sia un 76enne e che possono essere definite con una sola parola: stronzate.
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