22.7.09

Comizi D'Amore (1965)
di Pier Paolo Pasolini

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GIFFONI FILM FESTIVAL
RETROSPETTIVA

Non nascondo una certa naivitè nell'affermare come rimanga sempre stupito quando mi accorgo che una certa rivoluzione stilistica, una certa innovazione o un passo avanti formale in realtà non sia nulla di nuovo ma venga da qualcosa di già fatto e fatto in Italia.

Di Comizi d'Amore avevo visto solo degli estratti (passano molto in televisione), non mi ero mai goduto il prodotto (e quindi pasolinianamente) la "riflessione" nel suo intero, quindi di fatto non avevo avuto mai modo di notare come Pasolini con questo film inventi di fatto il documentario-inchiesta poi ripreso da Michael Moore.
Autore sempre in campo a fare le domande in prima persona, montaggio di parte e falsificatorio, contrappunto con interviste meno battagliere e più riflessive, utilizzo ironico (senza commento) di ciò che viene rivelato, ricerca degli interlocutori più ridicoli a fronte poi di altre persone autorevolissime.
Certo l'intento pasoliniano è più onesto (ma nemmeno troppo) di quello che solitamente muove Michael Moore, ma la forma è quella.

Inutile commentare come i costumi fossero gli stessi (ma nemmeno troppo), come in nuce ci sia già il '68 o le riflessioni di Moravia a latere. Il punto è che Pasolini gira un documentario con un obiettivo e dichiara (ma è un artificio retorico) anche il fallimento della sua impresa benchè arrivi a molte risposte (il conformismo imperante in primis). E ancora più centrale mi sembra come Pasolini, che prendeva sì gli attori dalla strada ma solo per andare ancora più a fondo con la finzionalità dei racconti, bari a piè sospinto. Giustappone le immagini come crede e aggiunge molti propri commenti posteriori alle interviste ribattendo alcune cose che si dicono, prendendo in giro ma anche sminuendo certe affermazioni senza dare un possibile contradditorio.

La cosa potrebbe svilire la complessità della dialettica sul tema e invece è un valore aggiunto perchè il regista ha una sua idea forte (l'ha sempre avuta) sul proletariato, l'Italia e i suoi valori imperanti ecc. ecc. E benchè giri a fare interviste sa già dove vuole andare a parare e quella è la cosa che conta, lo si vede anche nella autocensure, cioè i momenti in cui leva l'audio scrivendo appunto "AUTOCENSURA", tagli che avrebbe potuto levare ma che lascia per mostrare che esiste l'immostrabile al cinema ma il dicibile davanti alla telecamera.
Il resto sono volti, volti pasoliniani a sfare.

2 commenti:

frankie666 ha detto...

Vuoi la mia onesta opinione? Magari Herzog lo ha visto (anzi sicuramente), ma Michael Moore non sono manco troppo sicuro....

gparker ha detto...

non credere. non diresti mai quanto siano documentati i registi.