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11.9.08

The Wrestler (id., 2008)
di Darren Aronofsky

POSTATO SU
Grazie a Da Venezia A Roma e al prode Frankie666, che mi ha segnalato la disponibilità di un biglietto libero, sono riuscito a vedere il vincitore del festival in una sala gremita in ogni ordine di posti (che son cose che scaldano il cuore).

Anche in questo caso quel che dicevano un po' tutti, compreso Wim Wenders, è vero. Il punto vero di forza del film è Mickey Rourke e non solo per la forte identificazione tra personaggio/attore e tra trama/sua storia personale.
Nonostante non l'abbia mai amato nè mai ritenuto "fondamentale" Mickey Rourke compie una prestazione nettamente sopra le righe in grado di tenere in piedi e dare grande senso ad un film altrimenti pieno di mille difetti. In ogni inquadratura riesce a sfumare le espressioni, riesce a mantenere quella fissità tipica dell'ottuso contaminandola di volta in volta con piccoli lampi di gioia, dolore (psicologico), dolore (fisico), amarezza e consapevolezza, andando davvero oltre le proprie battute.

E così il film si rivela vincente anche perchè alla fine The Wrestler come molte altre pellicole racconta di sbandati che non vivono fino in fondo il sogno americano, che non riescono ad essere dei vincenti e che devono venire a patti con tutto ciò, e lo fa senza innovare ma applicando la struttura del western crepuscolare. C'è l'eroe che ormai non è più tale e combatte senza motivazioni solo perchè è la sua vita, c'è la spogliarellista di buon cuore che condivide con lui un destino infame, c'è un mondo nel quale si sente l'odore della morte di un'età dell'oro e c'è lo scontro finale affrontato con nichilismo.

Però Aronofsky, con un'intelligenza che avevamo visto solo in Pi Greco, fa la scelta giusta e si concentra sul suo protagonista, prevedendolo in ogni inquadratura, stando attaccato alla sua faccia distrutta (che non a caso all'inizio è nascosta), seguendolo da dietro, da lato e da davanti, non mollandolo mai e incentrando anche tutte le vicende secondarie (la spogliarellista, la figlia e il mondo del wrestling di serie B) sempre e solo intorno a lui e in funzione sua. Unica concessione autoriale è quell'indagine cronenberghiana sul dolore della carne e la verità dei colpi vissuti sul proprio corpo necessari ad arrivare al massimo della finzione che è la messa in scena di un incontro di wrestling.

In questo modo passano in secondo piano le molte cadute sul melodrammatico spicciolo (ogni cosa DEVE andare male per principio e ogni salita è funzionale ad accentuare la prossima caduta senza un vero perchè dietro), le riprese spesso confuse per eccesso di camera a mano, il patetismo e soprattutto la retorica molto americana e messa poco in discussione del "perdente" (cosa per esempio che non è presente in un film dalla trama simile come Million Dollar Baby).

Comunque il senso ultimo della pellicola è un gigantesco e prolungato monito contro il ritorno degli anni '80:"Ecco cosa vi succede se continuate a inneggiare a quel periodo!!".
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