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30.10.11

TinTin e il segreto dell'unicorno (TinTin and the secret of the unicorn, 2011)
di Steven Spielberg

Se n'era parlato così tanto di questo film che fallire o proporre una copia sbiadita di quelle che ormai erano e aspettative era diventata l'opzione più probabile, invece TinTin è ancor più sorprendente di quel che si poteva immaginare. Non è un mistero che la forza muscolare del cinema di Spielberg si sia infiacchita negli ultimi anni e anche i film che più ne dovevano beneficiare (La guerra dei mondi, Indiana Jones 4) ne erano privi. In TinTin torna il genio.

Diretto come fosse un unico lungo pianosequenza (davvero gli stacchi di montaggio si contano sui palmi di un paio di mani) questo primo lungometraggio d'animazione (con recitazione in performance capture) di Spielberg è un tour de force inumano in primis per lo spettatore. 
Si parte con una trattativa e si finisce con la promessa di una nuova avventura, tra questi due momenti si corre soltanto in una furia umana e narrativa che leva il respiro anche a chi guarda. Si corre, si naviga, ci si batte, si rischia, si vola e si guida a velocità folle. TinTin concretizza il pregio ideale di qualsiasi film d'avventura: raccontare una trama nel farsi dell'azione, unendo queste due componenti (quella dinamica e quella narrativa) nella messa in scena.

Ma se narrativamente, come avrete capito, siamo dalle parti dell'eccellenza avventuriera, cioè dalle parti di Indiana Jones (infinite sono le soluzioni che attingono al bacino di sperimentazioni attuate in quei tre memorabili film) è tecnicamente che il film stupisce. Già l'idea di usare l'animazione per fare l'impossibile, quel quasi unico pianosequenza che unisce l'azione in diverse location e (in un momento da grido a scena aperta) anche in diverse epoche, è degna dei migliori exploit, ma la ricchezza di dettagli e particolari dei quali Spielberg riempie ogni quadro sarebbe impensabile in un film dal vero. Il grande inseguimento con l'aquila ne è l'esempio perfetto, nessuno è in grado oggi di anche solo immaginare un'opera simile di ingegneria del cinema.
Spielberg dunque fa la cosa contemporaneamente più facile e difficile in assoluto: usa una tecnologia cercandone (e in molti casi trovandone) lo specifico.

TinTin è l'insopportabile saputello che si teme ma il buon Steven, che conosce il cinema, lo trasforma in spalla e punta tutto sull'irresistibile outsider, il capitano Haddock, al quale fa due regali: i climax più significativi e Andy Serkis (il suo performance capture è nettamente migliore degli altri).
Ogni inquadratura è un'idea, ogni taglio di montaggio una sorpresa. Se l'avventura al cinema ha un senso che travalichi lo stereotipo del continuo cambio di location e dell'attraversamento dell'esotico intorno al mondo, Spielberg sembra trovarlo nel dinamismo dei punti di vista. Con il suo primo film d'animazione, cioè il primo in cui può inquadrare ogni scena anche da punti impossibili, Spielberg sembra trovare il senso epico della grande avventura nel modo in cui guarda l'azione dei suoi personaggi.
L'avevo detto all'inizio: il genio è tornato.
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