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25.1.12

The Iron Lady (id., 2011)
di Phylida Lloyd

Phylida Lloyd non evita nemmeno una di tutte le più classiche trappole del cinema biografico, anzi le abbraccia e realizza la quintessenza del genere, un film su una personalità determinante del mondo della politica, che si disinteressa delle sue opere e cerca di scoprire l'ordinarietà del personaggio, la donna dietro il primo ministro. E lo fa con l'intento di commuovere.
Con un'attrice indiscutibile come Meryl Streep, un trucco mimetico e una visione della storia del secondo novecento britannico a macchia di leopardo, il film su Margareth Thatcher non soddisferà chi cerca una visione complessa e magari inedita dell'operato della lady di ferro negli anni in cui ha governato il Regno Unito, nè soddisferà chi spera di trovare un dietro le quinte interessante o una lettura poco praticata della sua vita a partire dagli anni della formazione. The Iron Lady è un film senza sale che prende pochissime posizioni e trattando una materia nota (la storia dell'Inghilterra attraverso il massimo potere) non aggiunge niente nè dal punto di vista dei contenuti nè da quello della prospettiva.

Con un copione più che ordinario scritto da Abi Morgan (già al fianco di Steve McQueen per la sceneggiatura di Shame), The Iron Lady parte dall'oggi, da Margareth Thatcher anziana che lotta contro la demenza senile e le allucinazioni di un marito morto da tempo con la tenacia che gli viene da sempre attribuita. Non completamente impazzita nè completamente in sè la protagonista ricorda episodi determinanti del suo passato, gli insegnamenti del padre, la decisione di lavorare nella politica, l'incontro con il marito, lo sforzo di candidarsi a leader del partito e l'inaspettato successo, oltre a tutti gli snodi determinanti degli anni a Downing Street, dalle Falklands, allo sciopero dei minatori, dall'attentato al boom economico. Ogni ricordo è coperto da una calza, proprio come nelle parole degli anziani, ogni cosa è letta alla luce di quel che sarebbe successo in seguito.

L'unico elemento curioso di questo film, altrimenti ordinario al massimo livello, è come pur trattandosi di un'opera appartenente al genere che fa rima con agiografia, lo stesso la Thatcher non ne esce benissimo. Salvata dalla tenacia delle forze armate inglesi nelle Falklands, assolta da un boom economico di cui non sembra artefice, arrogante con i propri pari e incapace di strategie politiche raffinate, ogni cosa sembra capitarle per buona contingenza dei fatti e la sua unica dote sembra la tigna. Donna autonoma ma incredibilmente tradizionalista dipende totalmente da due uomini (il padre per la formazione intellettuale, il marito per la forza mentale) e non sembra mai davvero artefice del proprio destino.
Inoltre, senza dirlo mai, Phylida Lloyd lavora molto d'immagine per far fare agli oppositori del primo ministro un controcanto a volte più forte del canto. Le immagini di proteste, riot, scioperi, scontri e tumulti dovuti alle decisioni estreme del governo occupano uno spazio ben più importante e determinante delle motivazioni per le quali la Thatcher ha agito.
Una donna che non è amata nemmeno dai propri biografi.
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