23.3.10

Daybreakers (id., 2010)
di Michael e Peter Spierig

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I vampiri non sono più quelli di una volta. Non sono più soli, non sono in diretta opposizione a Dio, non soffrono nel vedere le croci, nè tantomeno nel sentire l'aglio, non sono fascinosi dandy rumeni, non succhiano sangue con lasciva malizia e non arrivano di soppiatto. Non si trasformano nemmeno più in pipistrelli.
Da una decina di anni (per comodità diciamo da 28 giorni dopo, ma si potrebbe argomentare fin da Intervista con il vampiro) la figura del vampiro si è andata zombizzando, cioè è andata assumendo alcune caratteristiche dello zombie. Il vampiro moderno è in grande compagnia, spesso vaga per le città, mangia più che mordere, è un bestia e in certi casi anche privo di un'intelligenza propria.

Daybreakers a questo proposito fa un discorso interessante proponendo una società dell'immediato futuro (anno 2019) quasi completamente vampirizzata che ha imparato a convivere con la cosa. Le città sono strutturate per funzionare prevalentemente di notte e tutto è fatto in modo da potersi spostare di giorno senza incrociare i raggi solari, i chioschetti vendono sacche di sangue ed una sola multinazionale ne controlla il mercato.
Chiaramente una società di vampiri ha il grosso problema della scarsità di sangue. Meno sono gli uomini più esso è raro. La multinazionale cattura i pochi umani rimasti e li coltiva come si fa con le mucche, tenendoli intrappolati e mungendogli il sangue anche se contemporaneamente cerca un surrogato da vendere quando il sangue vero sarà finito.

Fantascienza distopica con vampiri si potrebbe dire ma ancora di più Daybreakers in controluce rivela come, sebbene dell'horror non sia rimasto nulla, lo stesso i vampiri rimangono un veicolo privilegiato per parlare delle paure sociali.
Da che erano la progenie del male i succhiasangue ora sono dei contagiati. In un'epoca di pandemie il vampirismo si trasmette come una malattia e come una malattia ha una cura (se non sbaglio è la prima volta che si trova una cura al vampirismo). Scompare ormai del tutto qualsiasi connotato sovrannaturale per rientrare nell'ambito scientifico, la paura del futuro si mischia con la paura del contagio, della malattia senza cura a livello mondiale. Non paura dell'inspiegabile ma dello spiegabile.

Un giorno qualcuno deve scrivere un libro sulla sovrapresenza di fratelli registi negli ultimi 15 anni di cinema.

9 commenti:

geimsbond ha detto...

hai usato di nuovo "distopico"...ti stimo troppo...

gparker ha detto...

ormai lo faccio solo per te

geimsbond ha detto...

al prossimo entrerà ufficialmente nel mio vocabolario....oggi sono dovuto riandare a cercare la definizione....

Anonimo ha detto...

comunque il vampirismo come malattia e con relativa cura c'è in io sono leggenda, già nel libro intendo

frankie666 ha detto...

Non mi ispira troppo questo film....

gparker ha detto...

si la letteratura è arrivata molto prima del cinema

Anonimo ha detto...

Sarà, ma io sento puzza da lontano. Comunque in qualche modo cercherò di vederlo.

Ale55andra

genna ha detto...

Tutto giusto ma hai dimenticato di dire che il film fa pena ed è la fiera del ridicolo involontario.
Personaggi ridicoli, "intrecci" interpersonali risibili, e LA CURA... ahahah...LA CURA al vampirismo presentata è il TOP del WTF.

gparker ha detto...

No anzi! Secondo me ha quel che di "non ci aveva mai pensato nessuno!" che gli dà fascino.