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8.1.06

Lady Vendetta (Simpathy for Lady Vengeance, 2005)
di Park Chan Wook

Finalmente arriva il terzo ed ultimo capitolo della trilogia di Park Chan Wook dedicata al tema della vendetta. Attesissimo da tutti i cineblogger e gli appassionati da molto, il film in una città come Roma è proiettato in due sole sale (entrambe d'essai peraltro). Inutile dire la ressa.
Comunque, ottenuti anche dei buoni posti (ottenuti con metodi ormai preistorici perchè il cinema d'essai non ha i sedili numerati), subito la prima folgorazione, i titoli di testa. Meravigliosi, decisamente più di quelli di Old Boy che pure erano belli.
Da subito la scelta dei colori si fa chiara, bianco, rosso e nero. Questi ricorreranno infinite volte componendo quasi sempre il quasro cromatico di ogni sequenza (generalmente il nero dei vestiti, il rosso del sangue (o dell'ombretto della protagonista) ed il bianco della neve).
Mi era stata preannunciata una dinamica già sfruttata dai precedenti capitoli ed invece non è così, mancano i grandi colpi ad effetto e c'è solo un lento disvelarsi della trama attraverso dei flashback inseriti benissimi con anche alcune transizioni tra presente e passato da vera antologia.
Dopo la vendetta un po' disordinata e scombinata di Old Boy si passa alla lucida follia di Geum-ja, la donna costretta a commettere e confessare un omicidio per salvare la figlia, che prepara meticolosamente ogni tassello per il suo ritorno. Ma questa volta, la cosa che più mi ha stupito è stato trovare non tanto una vendetta quanto un'espiazione dei propri peccati di stampo cristiano. Geum-ja solo marginalmente si vendica, il suo cruccio maggiore è redimersi (come la scena finale del tofu esprime bene) anche se sente che la sua colpa è tale che forse non ce lafarà mai.
Oltre a tutto questo c'è Park Chan Wook, che sa dirigere proprio, non c'è niente da dire, trabocca di idee visive ed è un piacere subire il suo martirio sanguinolento (questa volta anche meno del solito), la sua orgia di violenza mentale e fisica. Ma oltre ad esserci un tripudio di trovate c'è anche un senso particolare dell'atmosfera, una capacità di creare una visione del mondo attraverso la forma e non il contenuto, e un'ironia nel giocare con i mezzi cinematografici niente male. Non è solo figlio dell'oriente Park Chan Wook ma anche di tutto il cinema americano ed europeo, molto del suo modo di mettere in scena sembra inglese e molte delle sue inquadrature sono riadattamenti dei canonici piani americani.
Sequenze come quella del viaggio di Geum-Ja in Australia alla ricerca della figlia è da antologia della padronanza cinemtografica, una virata sul grottesco controllatissima ed efficacissima. Così com'è pazzesca la sequenza finale dei genitori dei bambini uccisi, un tripudio di ironia e tristezza mescolati abilmente. Facilissimo in quel caso scadere nel ridicolo, e invece il film ne è lontanissimo.





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