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13.2.12

Marley (id., 2012)
di Kevin MacDonald

BERLINALE SPECIAL
BERLINALE 2012

Quella che gira intorno a Bob Marley è una storia priva di misteri ma colma di bugie. Quelle dello stesso cantante (spesso incline a dichiarare ciò che gli era più comodo), quelle delle sue mogli (in lotta l’una con l’altra, vista la tendenza di Rastaman alla poligamia segreta) e quelle dei molti amici d’infanzia e adolescenziali (più inclini al mito che al racconto). Di tutti questi contributi eterogenei Kevin MacDonald fa l’uso migliore: ne trae un dipinto espressionista invece che impressionista. Non usa i singoli puntini per ricostruire una figura grande e precisa, ma ampie pennellate che sfalzano le prospettive e non coincidono necessariamente le une con le altre, ottime per comunicare sensazioni e sentimenti.

Il risultato è il feeling della fine degli anni ‘60 nella baraccopoli di Trench Town o quello degli anni ‘70 a Kingston, del Marley re del mondo del reggae ma anche del Marley fine politico, che accetta di diventare spalla dei Commodores (quando era all’apice della sua fama) per conquistare il mercato del pubblico afroamericano fino a quel momento sembrava indifferente al reggae, o che rifiuta di prendere il colore di uno dei due partiti giamaiacani che tanto lo hanno corteggiato.

Le due ore (piene ma anche lunghe) di Marley dividono il film in due parti distinte. La prima, centrata sulle discussioni con i parenti più anziani (tutti in vita!) e quella galleria di freak rastafariani che erano gli amici d’infanzia, è piena di un umorismo volontario e involontario che spiega più d’ogni altra cosa quale fosse il brodo culturale d’emarginazione in cui è cresciuto Bob Marley. La seconda, più centrata sul decennio di produzione di dischi, piena di dietro le quinte e aneddoti sul Marley ricco e famoso, svela il lato più cinico, egoista e competitivo di un uomo che ha avuto 11 figli da 7 mogli in circa 15 anni e voleva fermamente conquistare qualsiasi mercato discografico.

Per questo MacDonald, anche al netto di un documentario non perfetto, merita stima, perchè di fronte ad una delle più grandi icone di sempre non ha chinato il capo ma con rispetto ha indagato pensando al pubblico e non al protagonista.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Cavolo, 11 figli da 7 mogli? Ma sicuri che invece che rastafariano non fosse mormone??

Flavia.


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