9.4.10

Oltre le regole (The Messenger, 2010)
di Oren Moverman

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POSTATO SU
Candidato a due premi oscar (miglior sceneggiatura originale e miglior attore non protagonista), fondato sull'eterno mito del reduce, che ha fatto la fortuna del cinema americano da quando il paese si imbarca in guerra di convenienza in luoghi sperduti, giocato sui temi dell'amicizia virile e della seconda occasione e infine adagiato su una trovata originale Oltre le regole vale proprio poco.

La trovata originale è guardare al fronte interno, il mondo dei parenti dei soldati che da casa vivono la guerra solo attraverso le sue vittime, seguendo a quotidianità di due soldati (un decorato di guerra appena rientrato in patria e uno più esperto) a cui viene assegnato il compito di comunicare la scomparsa in guerra dei soldati ai loro familiari.
Si potrebbe anche dire che il film è un lungo controcampo poichè di solito siamo abituati a vivere (cinematograficamente) gli annunci della morte di un soldato in guerra dalla parte dei familiari. Suona il campanello, si apre la porta, ci sono due militari in alta uniforme che cominciano a ripetere come un disco: "E' la signora XXXX? Siamo spiacenti di informarla che suo figlio..." segue litania formale sulle cause di morte. Un'immagine e uno stereotipo ormai consolidati.

Stando accanto ai due protagonisti di Oltre le regole invece vediamo la preparazione, seguiamo la strutturazione del discorso e viviamo le diverse reazioni delle diverse tipologie umane alla notizia ferale.
Al di là della curiosità sociologica però c'è poco. Le vite disastrate dei due militari (ognuna per un motivo diverso) sono poco interessanti, almeno quanto le loro velleità di ricominciare a vivere.
In teoria i drammi a cui assistono (genitori disperati, ragazze incinta, mogli abbandonate e via dicendo) dovrebbero essere la proiezione dei loro incubi interiori, loro che da bravi militari non esternano sentimenti e tengono tutto dentro, tanto che il progressivo scioglimento nei confronti della compartecipazione agli annunci che fanno è anche la metafora dell'elaborazione e l'accettazione dei propri fantasmi.

E se Woody Harrelson dà vita con cesello e buona volontà ad un personaggio curioso, affascinante a modo suo e pieno di sfumature, non fanno lo stesso le parole che deve pronunciare, le decisioni che prende o lo sguardo con cui è ripreso. Impalpabile Ben Foster.

4 commenti:

dario ha detto...

E dire che è lo sceneggiatore di Io non sono qui!

gparker ha detto...

si infatti
incredibile

Anonimo ha detto...

Ma si può dire che un film (forse) contro la guerra e su ex militari disastrati è noioso? Perchè mi scappa da dirlo.. Visto oggi alle 15.30 al Fiamma (che ha una terza sala di cui non mi ero MAI accorta... sto diventando vecchia).
FLAVIA.

gparker ha detto...

io mi sono rotto un bel po'