9.2.10

Il figlio più piccolo (2010)
di Pupi Avati

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Il figlio più piccolo è anche quello scemo, almeno scemo come la mamma, che poi scemo al cinema non significa quello che intendiamo nella vita vera ma "dominato da sentimenti puri e positivi, incapace di ragionare con il cinismo e l'istinto di sopraffazione che caratterizza i cosìddetti intelligenti". Ecco allora che il figlio di un grande magnate di non si sa bene cosa ma comunque agganciato politicamente all'occorrenza, indebitato ma adeguatamente furbo (lui e il suo fido consigliere) da scaricare su altri debiti e società per rimanere a galla è in realtà un povero sfigato, perchè il padre l'ha lasciato proprio prima di fare i soldi veri, addossando alla madre debiti e indigenze. Almeno fino a che non si fa vivo dal nulla perchè gli serve una testa di legno per non finire in galera.

Storia familiare avatiana, nessuna novità, genitori bastardi (con gloria) e figli inermi che non possono far altro che amarli andando incontro a tempeste e bufere. Come al solito la scrittura è pregevole (a scuola si direbbe con disprezzo celato ancora peggio: "scorrevole"), e la regia non esiste. Ma non esiste sul serio. Non è solo una questione di "inquadrare" ma di dirigere tutte le operazioni connesse al film, orchestrare un racconto in modo che tutte le componenti seguano un grande disegno unico. Vedendo il film sembra di osservare gli esempi del manuale di sceneggiatura, per il quale ogni personaggio è tale se ha delle caratteristiche riconoscibili che lo separano dagli altri e che parlano (in senso simbolico) di lui, ecco allora quello che ci sente troppo bene, l'ipocondriaco, la svampita e via dicendo. Ma poi, come negli esempi, di queste caratterizzazioni scolastiche non se ne fa nulla, non si va da nessuna parte. Solo in alcuni casi le singole abilità (un bravo attore, un bravo costumista, un montatore decente) riescono a mantenere a galla una barca che con una troupe inesperta affonderebbe senza scampo.
Ci sono le peggiori trasparenze dell'anno senza dubbio e in certi casi il green screen è mal calibrato e si vede che l'immagine fa difetto. Non parlo di una cosa di cui si accorgono i malati come me, gli angoli delle immagini che sono come grattati via perchè l'effetto è fatto male. In un film di primo circuito, che va in sala!

L'obiettivo di Avati sembra essere, alla fine del film, di voler narrare una parabola familiare che si conclude con una certa amarezza e che sembra far intuire parabole simili ma più in grande. Un occhio al micro e uno al macro, parlando di sentimenti. Ma parlandone appunto e non mostrandoli.
Questo cinema edulcorato, all'acqua di rose e politicamente corretto fino allo spasmo di tutti i muscoli è forse il vero lupo travestito da agnello del nostro cinema, il male che non vediamo e che si insinua nelle sale.
Madonna ad un certo punto c'è un'inquadratura con lento zoom che sembra uscita dal peggior cinema di Comencini dei tardi anni '70.... Una cosa da manette subito.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

"in un film di primo circuito, che va in sala!"

gparker ha detto...

su questo blog ormai commentano cani e porci

Thomas Morton ha detto...

in parte io ho risolto mettendo la moderazione ai post più vecchi di un paio di mesi. Quei giapponesi lì sono davvero snervanti.

gparker ha detto...

ora lo faccio