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5.5.06

Bubble (id., 2005)
di Steven Soderberg

E' un po' di anni che si è andato creando uno stile nel cinema indipendente americano, stile che molti chiamano "Sundance" perchè molti dei film che vengono presentati (e che vincono) al Sundance Film Festival corrispondono a questi canoni. Si tratta di film girati all'europea, fatti di situazioni di vita ai margini (margini della società, margini della socialità, margini della spersonalizzazione urbana e di provincia), dialoghi ridotti all'osso e lunghi silenzi. Solitamente non ci sono grossi attori (fa eccezione Hale Berry di Monster's Ball) e anzi questi vengono scelti particolarmente brutti e ciccioni (cosa che raffigura un po' di più l'americano medio).
Il problema di questi film è che sono davvero tutti uguali.
Così anche Bubble, esperimento (il primo di 5) indipendente, digitale e low budget del regista di blockbuster cazzoni come Ocean's Eleven e Twelve e superficialmente impegnati come Traffic, Steven Soderbergh.
Bubble tratta della vita di 3 individui nella provincia americana, impiegati in una fabbrica di bambole e dall'incerta socialità. Problemi a relazionarsi, complessi, repressioni e una società atomizzante. Un film come molti altri che pur puntando alto realizza poco.
Non basta girare un film con molti silenzi, ambientato in scenari disagiati e fortemente realistici per fare un cinema diverso, più intimo e intenso. Quello lo si può fare anche con i grandi attori, i molti effetti speciali e le megaproduzioni su commissioni. L'autorialità non sta nel ritmo lento e nelle trame cesellate sui personaggi, sta nella testa degli autori.

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