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21.7.09

Johnny Mad Dog (id., 2008)
di Jean-Stéphane Sauvaire

GIFFONI FILM FESTIVAL
CONCORSO (+16)

Uccidono, urlano, marciano, conquistano e violentano. Hanno tra gli 8 e i 17 anni, sono i ragazzi soldato, braccio armato e inconsapevole della rivoluzione in un mai nominato paese africano (che si intuisce essere la Liberia), menti facilmente plasmabili e indottrinabili per un esercito dagli inesistenti ideali. Così è Johnny detto “cane pazzo”, capo di un piccolo plotone di ragazzini armati fino ai denti e alle dipendenze di una rivoluzione che si ritorcerà contro di loro lasciandoli soli all'improvviso. Soli e naturalmente impotenti di fronte alle conseguenze delle loro azioni.

Non risparmia nessun colpo basso Jean-Stéphane Sauvaire, i suoi guerriglieri fanno di tutto (anche se quasi sempre fuori campo) e nonostante l'efferatezza dei loro atti la percezione della violenza mentale su chi subisce (ma anche su chi perpetra) sembra sempre atroce quanto la violazione della carne.

Di violenza in violenza, di sparatoria in sparatoria, il film procede accostando scene di guerriglia per raccontare, senza un intreccio preciso, la marcia di Johnny e del suo plotone. Il registro però non è mai quello del documentario, sebbene non ci sia un intreccio propriamente detto Jean-Stéphane Sauvaire trova sempre una forma di microracconto in ogni azione di guerriglia, perchè ai fatti corrisponda sempre un'emozione e perché la fiction non ceda mai il passo al semidocumentarismo.

Se a Johnny e ai suoi soldati è dunque lasciato il compito di raccontare lo scenario e la realtà dei bambini soldato, a Laokolè è lasciata la parte simbolica. La sua storia di fuga dal villaggio (per l'arrivo di Johnny e del suo plotone), perdita del padre e del fratello piccolo e peregrinazione si incrocia solo alla fine con quella del cane pazzo che ormai ha perso tutto per unire simbolismo e azione e tirare le fila del film.

Peccato quindi che Johnny Mad Dog, a fronte di un inizio impressionante e ricco di spunti, si vada poi perdendo nel suo svolgersi. Quando è il momento di raccontare il ragazzo invece che il capobranco il film non regge più la forza e la spinta iniziali, così nonostante una buona chiusura lo stesso l'impressione è che il discorso che il film si sforza di portare avanti non abbia la medesima forza delle riflessioni che ruotano nella testa dello spettatore.
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