Non bisogna affrettarsi davanti ad Apostolo, perché la sua qualità migliore è il saper cambiare lentamente sotto i nostri occhi. A differenza di molti altri film questo non ha dei colpi di scena che cambiano la trama, rivoltandola, ma delle scoperte che cambiano il film stesso. Quando pensi di essere davanti ad un certo tipo di film Apostolo cambia, lo fa piano piano, bruciando le sue carte lentamente fino a trascinarti in un altro genere, e poi all’interno di esso sempre più in basso, sempre più hard core. Fino alla fine.
La storia parte come una caccia di un fratello nei confronti di una sorella scomparsa. È lo stesso spunto di The Raid - Redemption, il film che ha lanciato Gareth Evans nell’Olimpo dei grandi registi a partire dall’Indonesia, forse il film d’azione e arti marziali più importanti da Police Story di Jackie Chan, eppure in Apostolo non c’è nulla (o quasi, ma poi ci arriviamo) di quel film. Qui il fratello va cercare la sorella che è stata presa da una setta che vive su un’isola, siamo nei primi del novecento e lui, appena arrivato, si infiltra in questa comunità bigotta dominata da un apostolo (per l’appunto) e dalla sua religione.
E Dan Stevens è perfetto in questo ruolo da detective improvvisato, sempre più allucinato da quel che trova, un abisso prima di ingiustizie e maltrattamenti, poi di più. Fino a metà Apostolo è un film di cristianesimo, la versione dura e d’azione di Silence, in cui la follia prende una piega violenta più esplicita e in cui fanno la loro comparsa alcuni dei migliori (cioè dei peggiori) attrezzi da tortura arrugginiti degli ultimi anni, tra cui un fenomenale trapano manuale.
E quando comparirà anche del soprannaturale, culti misterici e qualcosa che va oltre lo spiegabile, questo avrà una qualità mondana tutta sua, molto terrosa e concreta. Tutto in Apostolo è illuminato da una luce chiara che rispecchia la quotidiana confidenza con un male che viene dalla terra.
È così lenta la discesa del protagonista che anche episodi clamorosi come una fuga in tunnel di terra sotterraneo strettissimo, in mezzo a liquidi ignobili, appare un caso isolato più che la manifestazione di un’altra realtà. Alla fine il tono sarà inevitabilmente lovecraftiano e non perché il film copi Lovecraft ma perché giunge al medesimo incrocio di gotico e maligno autonomamente.
Apostolo non potrà che deludere chiunque si aspetti qualcosa dalle parti di The Raid, e il fatto che ci siano dei momenti di violenza, diretti con la sapienza e lo stile innovativo di Evans, che ricordano molto la videocamera mobile e partecipe di quel film non fa che aumentare il desiderio di vederne di più. Tuttavia superato lo scorno Apostolo afferma qualcosa di completamente diverse su questo autore, cioè la sua capacità non comune di andare a fondo con i generi e di stupire lo spettatore con la forza delle immagini. Il mondo di Apostolo non è diverso da quello di Il Prescelto, eppure dentro di esso Evans trova una dimensione propria che riesce ad imporre una visione nuova, diversa. Come se avesse fondato un sottogenere a sé.
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