La storia di Ovunque Proteggimi è la più classica per il nostro cinema: due esseri marginali in una lotta ingiusta contro un mondo che non è fatto per loro. Su questo canovaccio fatto di viaggi, spostamenti e fughe come uniche risposte, Bonifacio Angius rispetta tutte le convenzioni del genere, inclusa la scelta di due facce e due corpi vicinissimi alle vicende raccontate. Antonio Angius in particolare è un volto fantastico che parla più delle sue battute, capace di animare nella prima parte l’eccitazione alimentata da cocaina, donne e delusione con una forza concreta mai astratta e sempre molto carnale.
È lui con la sua storia di un uomo marginalizzato da un carattere spinoso, che trattenuto in un manicomio conosce una donna con problemi mentali con la quale trova una strana affinità. E nella loro fuga verso una vita possibile al di fuori dei limiti che gli impone la società (e la legge) incontrano un’altra faccia e un altro corpo fortissimi, quello del figlio per il quale lei è disposta a tutto. Fin da quando entra in scena esibisce una personalità fortissima, e il suo statuto di motore immobile (i servizi sociali gliel’hanno levato, lei imbastisce la fuga per recuperarlo e trovare come vivere con lui).
Come si conviene al cinema italiano a questa specie di lato oscuro di Il lato positivo, in cui la malattia mentale è realmente invalidante, realmente un problema, non interessa dove stia la giustizia della giurisprudenza, interessa solo la vita delle persone più deboli. Invece che chiedersi se sia giusto o meno quel che gli accade preferisce ritrarre i protagonisti nella loro difficoltà, nella lotta con sé e parteggiare con la sfida che per loro è sacrosanta.
Per questo forse, nonostante Ovunque Proteggimi sia un film davvero coretto e ben fatto, la parte più sorprendente che dà al film un ultimo sussulto davvero convincente è quella finale in cui lo svolgimento ha una svolta americana. C’è una voglia di rivincita così forte e smaccata che non appartiene alla nostra tradizione e c’è un senso del sacrificio nella chiusa rocambolesca che manifesta bene (e con un filo di ruffianeria) la lotta contro un mondo intero. Ed è rinfrescante che Angius manifesti tutto ciò con un filo d’azione e una trovata non di parola o di sentimento ma di sacrificio. Invece che lavorare sull’intimità per comunicarla Ovunque proteggimi compie la scelta molto hollywoodiana di comunicarla con l’azione senza creare un contrasto ma anzi trovando punti di contatto inediti.
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