Molti disprezzano la società, pochi la disprezzano così tanta da voler davvero sparire. Senza Lasciare Traccia fa qualcosa di più, non c’è solo il disprezzo e il desiderio di lasciare gli altri, come avveniva ad esempio in Into The Wild, ma anche una strana voglia di isolamento che ha radici lontane, che affonda i piedi in traumi non raccontati e che è più compulsiva che ragionata, come fosse una fobia o una sindrome. Questa radice non sta nelle parole ma nelle immagini. Ci vorrà tutto il film per capirlo, perché inizialmente vediamo solo un padre e una figlia che vivono nei boschi “senza lasciare traccia”, cioè spostandosi di continuo. Stanno qualche settimana o anche qualche mese in un punto, dopodichè prendono quel che hanno costruito e organizzato e se ne vanno. Non disprezzano la modernità, non ricercano l’ascesi. Sembra che semplicemente non vogliano il resto degli esseri umani.
Corvo Rosso Non Avrai Il Mio Scalpo metteva questo stesso bisogno in relazione ai grandi spazi americani, lo associava a qualcosa di primitivo, ancestrale e meraviglioso. Qui invece la natura è brutta, le attrezzature sporche e poco epiche, nulla è grande, tutto è piccolo. Non c’è una ricerca ma una fuga. Invece di somigliare ad un animale maestoso i protagonisti sembrano degli animaletti che scappano in un cespuglio appena sentono un rumore.
È il padre ad imporre questa vita ad una figlia ormai adolescente e totalmente assuefatta. La trama parte quando i due, nonostante la meticolosità con cui vivono nascosti, per un errore si fanno scoprire. È illegale vivere sul suolo pubblico e i servizi sociali prima cercano di separarli, poi li ricollocano in un villaggetto di case-roulotte. Lei potrà studiare (nonostante lui le facesse da precettore con buoni risultati) e imparare a stare con gli altri in un’età in cui sembra averne bisogno.
Il richiamo del bosco e il disprezzo per la società è tuttavia fortissimo in quest’uomo che ha un passato militare e una paura negli occhi che quasi parla da sé. È Ben Foster ad interpretarlo e lo fa con un’aria traumatizzata, con un retropensiero da attore (quel che il personaggio sa, ricorda o pensa mentre compie un’azione e che migliora la capacità espressiva del gesto) che diventa esplicito. In ogni momento di capire cosa pensi.
Come un animale ferito quest’uomo è catturato, messo in una “gabbia” (cioè la vita civile) con un lavoro assegnato, un piccolo reddito, una comunità di riferimento gentile. Potrebbe essere una rinascita invece è un inferno. Mentre la figlia si adatterà subito e sarà reticente a tornare ad una vita selvaggia, lui no. E questo è l’altro elemento di fascino del film: farci vivere attraverso gli occhi di quest’uomo il fascino della vita con gli altri senza che sia comprensibile, per lui è un nemico da combattere per non perdere la figlia.
Il tono è così mesto e rancoroso che non si trova mai quella boriosa idea di vivere nella natura come scelta di superiorità che si vedeva nel terribile Captain Fantastic. Invece che stare da una parte perché migliori, invece che splendenti agli occhi della videocamera, qui il padre e la figlia vivono da una parte per sparire, non lasciare tracce, vivere senza essere visti: Invisibili. Non c’è superiorità morale, forse nemmeno una vera felicità, ma una specie di necessaria serenità, di pace per chi non vuole o non riesce a pensare se stesso assieme agli altri.
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