C’era bisogno davvero della versione Warner (distribuita da Netflix) del romanzo di Kipling noto più che altro per la maniera in cui Disney ne ha tratto prima un film animato e poi uno con attori (e molta animazione in computer grafica), perché nonostante l’ultima revisione Disney sia ben più che interessante questa è più fedele all’originale e non ne tarpa le componenti più selvagge e disturbanti.
Se Disney gioca tutto il suo equilibrio sui temi che più stanno a cuore allo studio, cioè le dinamiche tra sessi (qui è quello maschile a rinegoziare il suo ruolo di dominatore) e quelle di inclusione/esclusione (clamoroso il finale della versione 2016, in cui razze diverse accettano di convivere, insieme senza rinunciare alle proprie specificità), Warner cerca di non fare sconti alla componente brutale, non è interessata all’inclusione ma alla violenza della vita animale.
Affidato ad Andy Serkis, il più grande attore del mondo quando si tratta di padroneggiare la tecnica del motion capture, questo film che lo vede sia attore che regista si caratterizza subito per un character design lontano da standard innocenti. Mowgli: Il Figlio Della Giungla è un film di cicatrici, in cui tutti sono segnati e la tigre Shere Khan in particolare non ha un segno in volto (come per Disney) ma una zampa mezza mutilata come nell’originale e in cui la minima debolezza significa esclusione e morte.
La legge della giungla (espressione che nasce con Kipling) è il cuore del racconto, il fatto cioè che sia ambientato in un luogo che non ha pietà per i suoi abitanti, le cui regole li sovrastano e a cui chiunque, alla fine, si deve sottomettere. La giungla è più grande di tutto e tutti, anche gli elefanti la devono rispettare, e chi la offende o chi non è all’altezza ne paga le conseguenze.
Il paesaggio di Mowgli: Il Figlio Della Giungla è l’unico personaggio che conti davvero, assente eppur presente in ogni scena e in ogni decisione.
Nonostante l’animazione non sia a livello del fotorealismo pittorico della Disney, lo stesso una caratterizzazione molto più personale ed inventiva, in cui personaggio come l’orso Baloo sono vecchi e pieni di rughe, in cui vediamo lo scorrere del tempo sulle bestie e in cui il dolore sembra vero e dietro ogni angolo, in cui nessun animale sembra escluso dal terreno in cui vive (gli elefanti ricoperti di vegetazione, l’albino che non riesce ad integrarsi, la iena paffuta), colma il gap.
Questa storia che non è una vera storia, cioè che non brilla per intreccio (non è nemmeno raccontato benissimo), vive di personaggi, parla cioè molto meglio tramite i problemi e le caratteristiche dei suoi animali che tramite gli eventi. Ne è simbolo evidente il serpente Kaa, narratore e grande burattinaio della foresta, abbastanza escluso dalla trama eppure fondamentale e sempre presente.
Come lui tutta la foresta guarda Mowgli, il cucciolo d’uomo cresciuto dai lupi, gli animali lo osservano per tutta la vita chiedendosi se sarà la distruzione o la salvezza del loro mondo dall’incipiente arrivo della razza umana. Questo racconta Mowgli, il desiderio di sopravvivenza in una comunità in cui la morte è una a cui scampare ogni giorno.
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