È con una buona vibrazione spielberghiana che si apre Godzilla II: King Of The Monsters, rielaborando la maniera in cui si era aperto il primo (anch’esso all’insegna della famiglia e della perdita) ma ribassando il punto di vista a quello di una ragazzina. È Millie Bobby Brown, già protagonista di Stranger Things e quindi già aderente all’immaginario post-spielberghiano. A partire da lei, sua madre e suo padre, si snoda l’avventura del ritorno dei kaiju, questa volta tanti e tutti insieme. Se il primo Godzilla affermava e illustrava la presenza del re dei mostri, lo faceva scontrare con un nemico e poi rinascondere, stavolta Godzilla è qui per rimarcare la propria supremazia su quello che ormai definitivamente è un pianeta in cui gli umani devono convivere con i titani. Per questo qui capiremo meglio chi sono e da dove vengano (addirittura perché).
E forse anche in virtù del punto di vista di una ragazzina, Godzilla II: King Of The Monsters è un film che ritara l’età media portandola proprio dalle parti di Millie Bobby Brown. Scartando ogni possibile livello di lettura sofisticato e cercando invece una soddisfazione fracassona ad un livello più primitivo anche rispetto a capolavori del fracasso come Fast & Furious, Michael Dougherty alleggerisce tantissimo la scrittura, schematizza i conflitti, annulla i dubbi e gira un gigantesco blockbuster di esseri immensi che se le danno mentre alcuni umani cool cercano di dare una mano come possono. È il trionfo delle motivazioni ridicole al pari della grande soddisfazione. Il canovaccio del film prevede sempre che i personaggi compiano azioni ribellandosi all’autorità con eroismo e sprezzo del pericolo. È una sorta di ribellismo eroico in cui la scelta più giusta è sempre quella che è stato detto di non fare dall’autorità, che come una mamma ha sempre paura delle conseguenze. L’adesione al punto di vista 13enne (e alla sua logica) è quindi portato avanti con tale coerenza e tale onesto divertimento che è difficile criticarlo e facile goderne.
Godzilla II: King Of The Monsters non sarà (e non vuole essere) un’opera completa ma è un film di mostri davvero tra i più inappuntabili. Nonostante sia costretto a giocarsi la carta Pacific Rim (gli scontri avvengono spesso al buio, sotto la pioggia, così che si veda meno e gli effetti visivi risultino impeccabili), la coreografia degli scontri e l’economia dei piccoli umani nel mezzo è sempre stupefacente, gigantesca ed epica. Dougherty mette in scena qualcosa di immenso, carico di radiazioni e di desiderio di menare le mani, che si scontra davanti agli occhi di umani che provano a sopravvivere.
Senza svicolare il fan service più bieco quando si tratta di nominare, elencare e riconoscere le varie creature storiche (da Mothra a Rodan a King Ghidorah), Dougherty come annunciato non muove un passo dal design storico delle creature. Non è il massimo come scelta, molto conservativa e un po’ pavida, ma indubbiamente raggiunge l’obiettivo.
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