I documentari di Hofer e Ragazzi hanno un format: iniziano con la quotidianità dei due autori e protagonisti, con un tema (solitamente molto presente nell’opinione pubblica, già discusso e già estremamente caldo) che emerge dalla loro vita insieme. I due sono mostrano come portatori di tesi opposte e viaggiano l’Italia nel tentativo di convincere l’altro con interviste, esempi e pellegrinaggi in luoghi simbolici della materia trattata. I loro documentari hanno insomma lo svolgimento di una trasmissione televisiva con il grande spolvero di una fotografia più curata e establishing shot più raffinati della media ad introdurre le location.
In Dicktatorship il tema è il maschilismo e come sempre le opinioni contrapposte lo sono solo falsamente. Uno dei due, lo capiamo da subito, è portatore della verità e l’altro gli si oppone (blandamente) più per fare l’avvocato del diavolo che altro, per dare modo alla dialettica di avvenire. Inevitabilmente sarà una dialettica da poco, più che altro spiegazione di una tesi, di certo non un dibattito. Da questo discende molta della povertà dei loro film. Hanno un obiettivo chiaro, spesso molto importante, difficile da mettere in discussione o argomentato con grande correttezza, e corrono verso la sua dimostrazione in varie maniere, fingendo di discuterlo. Uno adduce stereotipi l’altro risponde con fatti e accademici.
In questo film viaggiano attraverso i simboli del maschilismo italiano passando per feste di falli, manifestazioni di piazza, raduni e eroine del femminismo non cantate da nessuno. Trovano molto di sommerso ma poco di sorprendente. I luoghi simbolici fanno infatti da contesto alle interviste a soggetti rilevanti o esperti di settore. Non c’è mai davvero il tentativo di trovare un’immagine che spieghi un concetto o di fare una sintesi visiva di quello che vogliono dire. L’unico attimo in cui di colpo Dicktatorship sembra animarsi è nel segmento dal barbiere, quando per la prima volta, a sorpresa, arriva qualcosa di raramente visto, raramente raccontato, effettivamente stupefacente.
Per il resto, come negli altri loro documentari, Hofer e Ragazzi non esplorano un argomento, esplorano semmai le ragioni di una parte al fine di convincere l’altra (sebbene raramente il pubblico di queste operazioni non la pensi già come gli autori).
Ciò non significa che il film non sia interessante o che quel che viene detto non sia rilevante. Alcune interviste sono scelte bene e anche se non c’è mai contraddittorio e sono condotte in ginocchio, sono spesso montate bene ed esplorano con proprietà di linguaggio quel che vogliono dire. Questo significa che Dicktatorship stimolante in effetti lo è, tuttavia l’impressione è sempre che solo la voglia di conoscere dello spettatore lo renda tale e non la maniera in cui gli autori hanno assemblato, narrato, messo in scena e aggredito un tema.
Orgogliosamente faziosi come Michael Moore ma non audaci ed estremi come lui (nemmeno vogliosi di mescolare registri, usare l’umorismo e attaccare come lui), Hofer e Ragazzi hanno semmai un sottile atteggiamento apocalittico nei riguardi della società, uno che tentano di mitigare con sferzate d’ottimismo poco convincenti ma al quale in definitiva sembrano molto attaccati.
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