La legge dell’aumento delle proporzioni di sequel in sequel ha portato (finalmente) Cetto La Qualunque nel reame dell’assurdo. Se prima ci flirtava e ci infilava occasionalmente un piede, ora ci si stabilisce con entrambi. Dopo la corsa a sindaco del proprio paese e i legami con il parlamento ora Cetto C’è, Senzadubbiamente lo mette in corsa per diventare re d’Italia.
Manfredonia e Albanese confermano senza lena tutti i difetti dei due film precedenti ma stavolta con un concept migliore, più asciutto e diretto che se non altro gli dà una direzione unica verso cui procedere. Poi lungo la strada lavora sulle situazioni comiche.
Il problema è che questo lavoro continua ad essere sul niente, su una trama quasi inesistente. La lunga parte che dovrebbe introdurlo ad esempio si capisce che avrebbe il ruolo di essere il segmento più divertente. Solo che non lo è. Portatore sempre di un umorismo da comico (personale, fatto di interpretazione e battute) e non di uno da commedia (derivato dal lavoro di ensemble, dalla messa in scena e dalle situazioni), Cetto La Qualunque è sempre appeso alla forma di Albanese, e il film non gode nemmeno di caratteristi di peso (anzi alcuni personaggi portano sconforto). Centrato come sempre su Antonio Albanese e sulle sue battute stavolta sembra un po’ più in forma.
Cetto La Qualunque continua a riproporre una parodia di uomo meridionale verace e portatore di un’idea machista tradizionalissima, ibridandolo con la politica. Quando Albanese aveva iniziato c’era ancora Berlusconi al potere e Cetto era una versione popolana e povera, una specie di brutta copia del modello Silvio, un poveraccio che cercava di muoversi sulle sue orme. Oggi fatica a trovare una collocazione precisa tanto che questa assurda campagna per la monarchia lo fa slittare un po’ dalle parti di altri tipi di comicità. Storicamente infatti il pubblico ride di Cetto e sta contro di lui, tanto è aberrante, qui invece avviene anche il contrario.
Avvicinandosi al modello Zalone, Cetto C’è, Senzadubbiamente propone il suo protagonista anche come carnefice. Pur essendo ridicolo è lui a mettere in ridicolo altre persone, a prendere in giro un bersaglio ancora più facile del machista meridionale: i nobili.
C’è qualcuno di peggiore di Cetto e sono i nobili, che poi vuol dire i ricchi (è quello a renderli bersaglio). Da Zalone poi il film mutua anche l’uso delle canzoni, per giungere ad una specie di ibrido tra il personaggio classico e questa sua versione giustizialista in cui vuole riparare a dei torti (che ha subito) a modo suo.
Dire che sia tutto veramente riuscito sarebbe decisamente troppo, ma almeno è un passo avanti dal livello terra terra dei film precedenti.
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1 commento:
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