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31.8.12

Stories We Tell (id., 2012)
di Sarah Polley

GIORNATE DEGLI AUTORI
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA 2012

Sarah Polley, attrice e regista canadese, decide di girare un documentario sulla storia di sua madre, che è la storia della sua famiglia e in ultima analisi è la storia della sua clamorosa scoperta, fatta pochi anni fa, di non essere figlia del padre che credeva. Per farlo raduna tutti i parenti, gli amici dei genitori e chiunque sia ancora in vita e abbia conosciuto le parti in causa per girare il più classico dei documentari che alternano interviste a materiale di repertorio.

Si tratta, viene detto nel film stesso, di un tentativo di riflettere sulla maniera in cui trattiamo e raccontiamo le storie che ci riguardano da vicinissimo o anche solo da vicino, sull'impossibilità di arrivare ad una verità unica e sul mistero della scoperta del passato, tutto filtrato dal gusto dolceamaro che hanno le storie familiari raccontate con passione dai protagonisti stessi, a metà tra nostalgia e culto delle proprie origini.
Sarah Polley quindi non cerca minimamente di smarcare il sentimentalismo, anzi lo abbraccia come componente necessaria in un documentario familiare. Indugia sulle lacrime degli intervistate e ride con il pubblico delle loro incertezze montandole con effetto comico. Si mette in prima persona in causa e va a cercarsi le contraddizioni nelle varie versioni dei fatti. Il risultato è un affascinante viaggio (forse un po' lungo verso la fine) in una storia privata che nel suo snodarsi ed essere raccontata somiglia a qualsiasi altra storia privata e dunque può toccare chiunque.

Ora, chi sia fermamente intenzionato a vedere tutto il documentario in maniera più o meno "vergine", farebbe bene a smettere di leggere a questo punto.
Stories We Tell infatti ha un cambio verso la fine, proprio quando si comincia a riflettere esplicitamente sulla ricerca della verità nello stesso documentario che si sta realizzando. Si scopre visivamente che molte delle immagini di repertorio che abbiamo visto sono fasulle, che spesso le versioni "giovani" dei protagonisti sono attori ben truccati e che l'effetto Super8 è raggiunto artificialmente. La Polley insomma dichiara la falsità di parte del materiale che il pubblico aveva preso per vero, sparigliando ancora di più le carte in gioco per dimostrare ciò che chi ama il documentario già sa, ovvero che al cinema non si può mai riprendere la realtà ma solo darne un'interpretazione soggettiva attraverso la messa in scena di una falsità. In questo modo l'idea è di gettare un velo di incertezza sulla trama ricostruita e di affermare il fascino di tutto ciò abbracciandone l'essenza.

2 commenti:

Sara Marmifero ha detto...

Ho visto qualche giorno fa Take This Waltz della Polley, e mi è piaciuto. Sono curiosa di vedere questo documentario, sempre si riesca a recuperarlo.. Buona Mostra, Sara


M.M. ha detto...

Stesso finale de "Le ragioni dell'aragosta" di Sabina Guzzanti.


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