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26.3.16

Pee Wee's Big Holiday (id., 2016)
di John Lee

È chiaramente ingiusto paragonare questo ultimo film di Pee Wee Herman al primo, Pee Wee’s Big Adventure, maltrattato all’epoca della sua uscita ma quasi subito diventato un pezzo da collezione per la regia di Tim Burton. Quello era un film che, con il senno di poi, inquadrava tutte le ossessioni centrali e pulsanti di Burton in una confezione che sarebbe dovuta essere altro, un film nella cui filigrana si leggeva altro rispetto a quel che annunciava. Pee Wee Herman allora veniva da un grande successo televisivo ma Burton ne aveva fatto un mostro dei suoi, capendo perfettamente quanto quel suo mondo colorato e pasticcioso si prestava all’esposizione delle anime fragili e dei diversi tempestati da grovigli interiori.
Tutto questo è evidente che non c’è in Pee Wee’s Big Holiday, ritorno di Paul Reubens all’attività dopo i grandi scandali che l’hanno coinvolto negli anni ‘90.

Riprendendo il famoso inizio di quel film (la sveglia con tutti i meccanismi per preparare la colazione) aumentato in durata e grandezza, questo nuovo film tenta di fare tutto quello che il cult precedente metteva in scena, solo più in grande. Nel viaggio di Pee Wee, questa volta verso New York e non più per recuperare la sua bici ma per raggiungere il suo nuovo amico Joe Manganiello (nel ruolo di se stesso) e per emanciparsi dalle sue paure, incontrerà come sempre diversi personaggi (tra cui le tre ragazze di Faster Pussycat Kill! Kill!) in un trionfo di non detti e allusioni sessuali. Passerà dalle rapine, agli amish, ai rappresentati di articoli in un mondo che sembra fermo agli anni ‘70, uno in cui tutti si sorprendono dell’esistenza di calcolatrici ad energia solare che entrano in un taschino.

Con un registro prettamente infantile, qualche gag indubbiamente riuscita, una voglia solo parzialmente frenata di giocare con riferimenti metacinematografici, il nuovo Pee Wee Herman (ormai un 60enne che continua a comportarsi da ragazzino), non sì può permettere le doppie letture di Burton e così rimane con solo i sottotesti sessuali in mano.
Non è granchè e a tratti la maniera di accostare un’ostentata e grottesca innocenza ai suddetti sottotesti fa anche un po’ impressione, vista la storia personale del personaggio, ma è anche su questo che Reubens sembra voler giocare il suo ritorno alle scene. Contento lui.

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