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1.6.16

Miami Beach (2016)
di Carlo Vanzina

Con i film dei fratelli Vanzina il bicchiere è sempre riempito a metà, ogni volta occorre vedere se è mezzo pieno o mezzo vuoto. Perché a parità di ingredienti, spunti, intrecci, comicità, impegno e stile, costanti da ormai circa 16 anni, alle volte nelle loro storie si crea un incrocio di interpreti, ruoli e ritmi che risuona alla frequenza giusta. A quel punto tutto ciò che magari anche solo nel film precedente affossava il divertimento e pregiudicava il raggiungimento di quell’instant movie che desiderano sempre fare, ne diventa il motore principale, tutto funziona e si passa volentieri sopra alla consueta sciatteria e alla poca cura con cui mettono in scena rapporti, svolgimenti e avventure sempre uguali a se stesse.

Per Miami Beach il bicchiere è indubbiamente mezzo pieno. L’avventura americana di due padri appresso alla propria prole e le parallele avventure (ovviamente romantiche) di questi figli, sono colorate con la vivacità dei loro esiti migliori.
Determinati a fare un lavoro da cinema italiano anni ‘50 e ‘60 sugli attori e sulla maniera di mettere in scena la propria sceneggiatura, i fratelli si appoggiano quasi sempre ai medesimi interpreti, attori con cui intrecciano relazioni, collaborazioni e rapporti lunghi ben più di un film. La loro compagnia è quasi teatrale, un pacchetto di collaboratori comici e brillanti a cui attingere e da mescolare ogni volta in modi differenti. Perché è dagli attori e sugli attori che intendono fare il film, giocando sul loro contributo e sui loro toni migliori come si faceva con Sordi o con De Sica decenni fa. Questo fa sì che poi i loro film finiscano per mortificare gli altri comparti come quello fotografico o ancora peggio il montaggio, letteralmente massacrato dall’esigenza di inseguire la recitazione a tutti i costi, ossessionato dai volti o dal catturare l'espressione utile alla battuta.

Eppure se c’è un Max Tortora così in forma (e va riconosciuto che solo i Vanzina riescono a farlo rendere in questo modo), capace anche di supportare la ben meno efficace Paola Minaccioni, se c’è il solito amaro Ricky Memphis in fase di risacca sentimentale e Giampaolo Morelli maturo seduttore (15 anni dopo South Kensington e la serie tv Anni ‘60), anche un film ingenuo come Miami Beach (in cui le feste universitarie hanno i palloncini al muro e ognuno dichiara a voce quel che prova) riesce a mentenere tutta una serie di promesse che non fa. Non è infatti un film vacanziero scemo e spensierato come titolo e cartellonistica cercano disperatamente di far pensare, ma più un’avventura americana (l’ennesima per i Vanzina) di sentimentalismo naive, di piccole semplicità e sorprendente serenità nel suo capovolgere i fronti. Non è nemmeno un film comico questo ma una commediola di pochissime pretese che non azzecca battute ma centra tutti i ritmi, dotata di una scrittura calibrata esattamente su quegli attori in quel momento della loro carriera, tutta la scrittura di Miami Beach fornisce la sensazione che in nessun altro modo avrebbe potuto funzionare, che viva e prosperi in un equilibrio delicatissimo
Solo così la metà migliore dei loro film riesce ad apparire preponderante sulla solita metà peggiore.

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