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23.8.16

The Witch (id., 2015)
di Robert Eggers

C’è uno spunto folgorante alla base di The Witch, uno introdotto già nel suo sottotitolo originale “A New England folk’s tale”: mettere in scena i racconti tradizionali, le vere superstizioni che sono alla base dell’idea contemporanea di strega, senza lesinare in sottotesti sessuali, bigottismo e misoginia. Ancora di più l’idea forte è di metterli in scena come se fossero reali, come se tutto ciò di cui si aveva paura all’epoca della caccia alle streghe fosse stato vero.
A partire da questa forma paradossale e molto indipendente di “high concept”, Robert Eggers gira un film fenomenale, tutto primi piani e minimalismo, tutto montaggio a stacchi brutali e inquadrature composte maniacalmente, attaccatissimo ad un paradossale realismo. Il cinema tecnico che esplora territori inediti.

Mostrando la presenza del sovrannaturale nella vita di tutti i giorni (il film si apre con una geniale e impossibile sparizione di neonato che subito specifica come ci troviamo in un mondo in cui il metafisico non esiste solo nelle teste dei personaggi) The Witch sceglie di non localizzarlo in una persona o un luogo, di non posizionarlo in certi riti o certi momenti ma riesce a permeare ogni singolo elemento di qualcosa di trascendentale. La capra è maligna? Lo è il bosco? Lo sono i fuochi notturni? I bambini sono posseduti o fingono di esserlo? Il coniglio immobile nella foresta è spaventato o posseduto? Ogni cosa, ripresa con il massimo del realismo apparente, appare come il massimo dell’irreale. Eggers afferma la presenza di qualcosa di superiore in ogni elemento della scena e, con un lavoro maniacale su suono e inquadrature (il punto da cui guardiamo le cose e le cose che sceglie di farci vedere in ogni momento), lo fa per negazione, simulando la sua assenza.

Non c’è infatti troppo da avere paura in questo film solo nominalmente dell’orrore, cinema di possessione demoniaca e presenze che si annidano nei boschi. C’è semmai molto da ammirare, come il lento procedere nella disperazione di una famiglia cacciata dalla comunità pellegrina per differenze religiose, isolata in una casetta vicino al bosco e presa di mira da una strega che non vediamo (quasi) mai. Il male colpisce senza essere visto, le capre sono i suoi araldi ma ancora di più lo sono il sospetto e l’invidia. C’è tra i membri della famiglia presa di mira una serpeggiante cattiveria, un odio frutto della paura che sono il terreno in cui fiorisce l’opera della strega. Andando alle radici dei racconti e della mitologia, Eggers trova gli esseri umani e la meschinità che scatenano gli uni contro gli altri.

La cosa più facile davanti ad un film come The Witch sarebbe di definirlo una favola dark, per la presenza di elementi caratteristici delle fiabe quali boschi, streghe, rapimenti ecc. ecc. In realtà il lento processo di eliminazione a cui sono sottoposti i personaggi immersi in uno scenario naturale, lo avvicina più al survival horror, ma poco importano le definizioni. Le calde scene illuminate dal fuoco della notte, o i gelidi esterni di giorno in cui ci si accusa di stregonerie accanto al fiume, gli sguardi sotto le camicette, la maledizione del sesso e la finale accettazione della stregoneria, cioè l’adeguamento di se stessi a quello di cui si viene accusati dagli altri, vista come ultimo rifugio dopo la persecuzione sono un percorso morale di impressionante realismo e rigore.
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