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24.3.17

Life (id., 2017)
di Daniel Espinosa

C’è un gran bel pianosequenza all’inizio di Life, uno che annuncia tutto quello che c’è da sapere sul film che sta per iniziare e che contiene già gli indizi su cosa il film voglia essere. Con una videocamera fluttuante nello stile fondato da Gravity passiamo nei cunicoli di una stazione orbitante, vediamo diversi astronauti lavorare ad un “aggancio”, cioè alla ricezione di qualcosa che arriva da lontano. Senza staccare mai li vediamo al lavoro, poi passiamo con loro di ambiente in ambiente, l’obiettivo si rigira sottosopra per scoprire che in realtà nella prossima stanza tutto è al contrario (quindi dritto) e poi ancora procediamo fino all’ultimo punto, una grande vetrata illuminata finalmente da una luce di gran soddisfazione, è il riflesso del sole sulla tecnologia, sui pannelli del satellite. È un preludio che culmina come fossimo in 2001: Odissea Nello Spazio (poco prima del titolo ci saranno i timpani che ricordano Così parlò Zarathustra) ma cullati dal ritmo oscillante di Cuaron, giusto poco prima che inizi Alien.

Life è, in parole povere, questo: una specie di aggiornamento dell’idea di base di Alien (“Mio Dio! C’è un alieno sanguinario e invincibile nell’astronave assieme a noi e ci sta uccidendo uno ad uno!”) al filmmaking moderno. Invece che un’astronave molto futura in viaggio nella galassia, all’interno della quale abbiamo la gravità terrestre, e i cui passeggeri (grande idea) sembrano camionisti, ci sono degli scienziati “ordinari”, uomini di poca azione e molta testa in un ambiente realisticamente senza gravità.
Può essere detto senza timore di smentita insomma che Life è un film in tutto e per tutto “non originale”. Questo non significa che non sia godibile, anzi, Daniel Espinosa dimostra quanto esecuzione e ideazioni possano essere disgiunti.

Infatti mentre si è intenti a pensare a quanto le trovate del film e i suoi espedienti siano noti, ci si ritrova aggrappati alla sedia in uno stato di tensione ed orrore (quello sì) del tutto originale. Creativamente pigro ma tecnicamente dedito, Daniel Espinosa realizza un film efficace e brutale, in cui la morte è dura, in cui la creatura è un killer spietato e in cui non ci risparmia nulla di tutto quello che solitamente si teme. In una parola Life sa lavorare su quella parte della testa in cui albergano i timori ancestrali di contatto con l'altro, di incolumità fisica (non si contano le ossa che vengono spaccate) e ingresso di ciò che non vorremmo dalla bocca. Già il primo contatto tra la forma di vita e gli umani, solo fintamente rassicurante, porta in sé una forma di terrore e di attesa per lo scatenarsi dell’inferno che vale il prezzo del biglietto. Il resto del film ha addirittura anche l’ammirabile pregio di comprimere nell’ora e 40 del film non più di 3-4 ore di tempo della storia, una corsa abbastanza disperata contro una minaccia solo fintamente scientifica ma in realtà molto fantastica in cui non c’è dilatazione né tempo perso.

Lungi dall’avere il desiderio di plausibilità della fantascienza contemporanea, Life finge solo di essere accurato e preciso ma preferisce di gran lunga portare le immagini di Gravity e lo spunto di Alien dalle parti dello splatter e dello slasher. Un film di genere grossolano, efficace e molto godibile, mascherato da raffinata cavalcata fantascientifica.

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