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14.4.17

Planetarium (id., 2016)
di Rebecca Zlotowski

L’intreccio alla base di Planetarium è di quelli che fanno andare in brodo di giuggiole gli accademici del cinema, una specie di intricata messa in storia di una delle riflessioni sul cinema e sulla maniera in cui lavora sullo spettatore. Jacques Derrida diceva che il cinema “evoca fantasmi nello spettatore” nel senso che (in sintesi) risveglia qualcosa dentro di lui e che gli consente di conoscere ciò che non conosce, qualcosa che gli è invisibile. In Planetarium due sorelle nella Parigi anni ‘30 sostengono di essere in contatto con gli spettri, di poterli evocare tramite sedute spiritiche. Un produttore, completamente ammaliato da questa faccenda e dalle sedute spiritiche cui si sottopone, vede in tutto ciò la possibilità di un film, cioè di filmare i fantasmi e inseguirà questo sogno fino alla follia.

Planetarium, in parole povere, racconta della lucida esaltazione di un uomo che ritiene di riuscire a filmare l’infilmabile (i fantasmi) tramite queste due ragazze, che pensa di poter sovrapporre la registrazione della realtà della macchina da presa alla registrazione di ciò che non c’è, che poi è il ruolo del cinema come arte.
Insomma è evidente che Planetarium si propone come un bacino molto fertile di speculazione, presta il fianco all’ampliamento se non proprio alla sistematica applicazione di tante idee che già circolano riguardo il cinema come forma di comunicazione e d’arte. In questo però parte del fascino di un film che come protagoniste Natalie Portman e Lily-Rose Depp poteva essere vada perduto.

Lo ricorda proprio Rebecca Zlotowski, la regista, quando alla più giovane delle due medium, e teoricamente la più importante e determinante per l’evocazione degli spiriti, viene applicato una specie di casco per registrare gli impulsi cerebrali, un macchinario quasi steampunk, da immaginario gotico, un oggetto che sembra uscito da un film dell’orrore e per errore finito in questo che invece è un melodramma tenue, una storia di rapporto tra sorelle. Quell’immagine di grande potenza in cui sembra che Planetarium resista all’invasione di un altro genere, rende con grande efficacia la tensione senza scrupoli di un produttore convinto della presenza di ciò che non c’è ed è il simbolo perfetto di quel che il film poteva e forse doveva essere. Ma non di quel che è effettivamente.

Perduto dietro la sua ossessione sembra che il produttore diventi il vero protagonista, che la sua missione disperata occupi il centro della scena mentre la parte più narrativa, quella di come due sorelle resistano all’industria del cinema (la più grande grazie alle amicizie conquistate diventa attrice), come un rapporto tra due donne cerchi di rimanere saldo nonostante spinte, stimoli, eventi e invidie, finisce in un angolo.

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