Se non altro stavolta l’azione è messa in scena con decenza.
Dopo il disastro senza appello che è stato Escape Plan 2, ora il terzo film della serie, direttamente collegato al secondo e anni luce dal primo, recupera almeno la sua natura d’azione. Di certo la confezione grida direct-to-video (o to-streaming) da ogni poro sebbene qui e in altri paesi Escape Plan 3 - L’Ultima Sfida esca al cinema. Alla regia è stato messo il regista di 15 minuti - Follia omicida a New York, il film che iniziò la deriva della carriera di Robert De Niro.
Escape Plan è la vacanza cinese di Sylvester Stallone, nel film precedente e in questo lui e Dave Bautista sono poco più che ospiti speciali e nonostante la crew e la produzione siano americani (non era così per il secondo), lo stesso c’è tutta l’aria del prodotto d’esportazione, quelli che una volta erano film-cartolina e che ora non abbisognano più di un fondale turistico ma l’intento rimane quello: cinema realizzato da un paese ad uso e consumo di altri. Escape Plan 3 - L’Ultima Sfida non ha nemmeno più un’evasione al centro ma, come dice il titolo originale, un’estrazione: due donne vanno recuperate dal solito villain. Due damigelle prigioniere del drago. La convenzione più vecchia del mondo. E questa volta è una questione personale (non come le ultime due in cui lui stesso era stato messo in una galera).
Il personaggio con una colpa nel passato e bisognoso di una seconda occasione, quello tipico stalloniano, non ce l’ha lui, Stallone qui è un’altra versione del Barney Ross di I Mercenari (il capo, il mentore), semmai è Harry Shum Jr. a cercare redenzione. Meno male. Perché raramente si è visto uno Stallone così poco dedito e così poco impegnato, svegliato giusto per le scene d’azione (e non che vada meglio con Bautista). In particolare l’ultimo confronto fisico dentro una cella abbandonata (molto metaforico!) sembrano le prove della coreografia, scene dotate dell’inespressiva vacuità delle battute recitate durante la lettura del copione, quando non sono realmente interpretate.
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