Ci vuole veramente un cuore cinefilo di pietra per non commuoversi di fronte allo zoom a stringere della durata di un minuto e mezzo che a poco dall’inizio del film finge di andare a chiudere su due amanti sul letto e invece finisce su una pistola d’ordinanza lasciata per errore a casa. Il sesso, la distrazione, il dettaglio che cambia una storia, la strizzatina ad Hitchcock. Brian De Palma è sulla sedia da regista ancora una volta.
L’ultima, 7 anni fa, non aveva proprio impressionato (Passion) e per certi versi Domino sembra realizzato con il medesimo (scarso) budget ma di certo è più affilato e a fuoco. È una storia di terrorismo moderno, di ISIS e polizia europea, di attentati sventati o da sventare, di contrabbandi e persone che si cacciano a vicenda. Al centro un poliziotto il cui compagno è stato ucciso nelle prime scene (niente di più classico). La sua questione personale prevede di trovare e ammanettare un assassino e terrorista che si scoprirà avere anche delle sue ragioni.
Se dovessimo metterlo a paragone con i tour de force del suo passato Domino fa ridere, è un film senza quella folle attenzione maniacale ai dettagli, molto più quieto ma anche sorprendentemente determinato a non rinunciare a grandi scene in grandi ambienti, ai totali che stringono i protagonisti (qui durante una corrida, sembra davvero di essere tornati negli anni ‘80). Tuttavia proprio il fatto che sia un De Palma più dimesso non manca di impressionare quando mette a segno quella che senza dubbio è la miglior sequenza di suspense classica dell’annata, la prima, quella sui tetti. Con lo spirito dei vecchi tempi De Palma riesce a riassumere in un pugno di inquadrature il brivido della caccia, il rischio della morte da due parti della barricata e condire tutto con un incredibile senso di colpa che grava sul protagonista. Perfetto.
Non sarà l’unica sequenza di suspense e non sarà l’unica citazione della sua filmografia, c’è molto dei film che già conosciamo in questo viaggio per l’Europa a caccia di terroristi anche se a mancare è quel passo furioso e quella capacità di avvolgere in un tornado.
Ogni tanto Domino deve fermarsi a rifiatare, non ha l’allenamento o il fisico per tenere duro per tutta la sua durata, spesso la recitazione non è curata come in altri punti, non è impeccabile né è coerente. Decisamente non è il tipo di film che non si distrae nemmeno un attimo, ma è evidente che il fastidio dello spettatore dipende dall’atteggiamento con il quale si approccia il film, se con il senso del privilegio di poter assistere ancora ad un po’ di Brian De Palma o se con la pretesa che sia all’altezza del suo nome.
Alla fine Domino si chiuderà con una battuta “Siamo americani, leggiamo le tue email” che viene proprio da un’altra epoca dell’umorismo cattivo, politico, graffiante. Non è un’epoca né migliore né peggiore, è un’altra e quella stoccata ce lo ricorda.
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