Si apre con la statua della Columbia che diventa una statuina della madonna in Messico, Spider-man Far From Home, come i film di Indiana Jones facevano con la montagna della Paramount, ma non siamo certo dalle parti del cinema di Spielberg. In realtà il vero inizio è un altro e dice: “Passiamo ora ad una nuova fase della nostra vita” lo spiega uno studente nel tg del liceo di Peter Parker ma quello che in realtà noi capiamo è che ora passiamo ad una nuova fase dell’universo cinematografico condiviso Marvel. Nonostante infatti faccia ancora formalmente parte della fase 3, questo secondo film sull’Uomo Ragno sembra in realtà a tutti gli effetti appartenere alla nuova fase, è pieno di novità, capace di introdurre nuove dinamiche, possibili intrecci e rapporti di forza tra personaggi. Alla fine molto avremo capito e tanto sarà cambiato.
Prima ancora che una storia di eroi e minacce però Spider-man: Far From Home è un teen movie scolastico. Ed è perfetto. Quasi tutta la prima metà del film mette ai margini le questioni da supereroi per tenere al centro quelle di Peter e dei suoi amici, MJ su tutte (finalmente scopriamo com’è caratterizzata ed è fantastico che le abbiano dato diversi difetti, incluse delle note vanitose). Con le questioni di sicurezza mondiale ad incombere nello sfondo, sempre pronte ad esplodere, e una gita in Europa in primo piano l’Uomo Ragno ritrova l’essenza dei fumetti, la fatica nel gestire vita personale, l’identità segreta e la vita da supereroe (come tutto questo sia “risolto” in una delle scene post-credit ha proprio il sapore delle svolte da fumetto).
La squadra di Homecoming sembra ancora più in forma che in quel folgorante primo film. In particolare la sceneggiatura di Sommers e McKenna è perfetta, lavora benissimo sulla commedia e sui personaggi usando eroismi e costumi come fossero la sezione ritmica, un accompagnamento che segna il tempo e caratterizza il tono. Nella seconda parte poi esploderà davvero, dimostrando di nuovo i limiti di Jon Watts, non un fulmine di idee e di chiarezza quando si tratta di azione, non a proprio agio con l’epica dell’eroe al lavoro.
Per fortuna però questo incide pochissimo in un film che appare subito come uno dei migliori tirati fuori dalla Marvel, più che mai in linea con lo spirito della casa, tagliato bene sulle misure, sul target e sulle caratteristiche dell’Uomo Ragno (è banale e scontato dirlo ma è proprio evidente che nessuno lo conosce come loro) e godibilissimo.
La trama è forse quella con il più alto numero di spoiler possibili per un film Marvel e Peter Parker ha di nuovo a che fare con le conseguenze di quel che è successo in altri cinecomic. Se l’Avvoltoio era nato dalle azioni dello S.H.I.E.L.D. e Tony Stark e letteralmente dalle macerie di Avengers, qui pure la minaccia è figlia di qualcosa fatto da altri in altri film (e sono così bravi alla Marvel da recuperare anche comprimari comparsi una volta sola 10 anni fa). Quello che è l’unico ragazzo di tutto l’universo di eroi Marvel fa continuamente le spese degli errori e della distruzione fisica e mentale portata dagli adulti. Non è l’unico rimando a dinamiche e polemiche del mondo reale, solo l’unico che si può raccontare qui.
Spider-man si conferma la serie Marvel che più riflette sui film di supereroi e che li usa per parlare del nostro mondo: la presenza stessa degli eroi mette ai margini qualcuno, qualcuno che sente di desiderare una fetta di quel successo e di quella gloria ma ne è escluso.
In chiusura tre hip hip urrà per Michael Giacchino al secondo Spider-man (e terzo film Marvel), il suo score finalmente riporta una melodia memorabile ad un film di supereroi.
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