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1.8.07

Luci D'Inverno (Nattvardsgästerna, 1962)
di Ingmar Bergman

Con stile secco e asciutto (asciuttissimo), con moltissimi dialoghi e pochi cambi di ambiente (la chiesa, l'esterna sul fiume e la scuola) Bergman parla di un prete che in un giorno di malattia in cui deve comunque lavorare si rende conto di quanto ormai non creda più in quello che fa e di come abbia scelto di diventare pastore con leggerezza. Il ricordo della moglie morta, le continue avance di un'altra donna, un fedele deciso a suicidarsi (il grandissimo Max von Sydow) e l'esigenza di venire a patti con una vita che non ha più motivazioni (morta da tempo la moglie e morta ormai anche la sua fede), sono questi i punti cardine attorno ai quali costruire un racconto con la consueta lentezza programmatica, la volontà di cogliere i gesti quotidiani e un po' meno simbolismo del solito (la messa finale tenuta in una chiesa vuota basta e avanza).
Il mistero di questo film è l'equilibrio incredibile che si crea nei rapporti tra i personaggi, in special modo per quanto riguarda quello tra la maestra e il pastore, narrato con semplicità attraverso dialoghi quasi sempre freddi e distanti (ma Bergman si concede anche un scena madre quando la donna si leva le bende dalle mani) eppure colmo di un dolore inesplicabile.
Tutto è incentrato sul silenzio di Dio, lo si ripete più volte lungo il film, l'incapacità di accettare il non manifestarsi della divinità è fonte di incertezza e progressivamente di sfiducia nel pastore, allo stesso modo il non manifestare i propri sentimenti lo costringerà a subire una donna che non vuole fino a che non è costretto a respingerla con disprezzo.
Ma è la vicenda del fedele con aspirazioni suicide che chiarisce nel pastore il crollo della sua fede. La consapevolezza che ciò che gli dice siano parole vuote, stupidaggini e banalità lo assale.
Sarà solo in seguito al semplice dialogo con il sagrestano, che confessa la sua credenza nel fatto che il momento più doloroso per Gesù secondo lui è stato quello in cui chiedendo aiuto al padre non si sia sentito rispondere e non tanto le sofferenze fisiche, che il prete sembra ritrovare la fede.

Curiosamente in questo film Bergman ricorre ad un espediente puramente cinematografico (bellissimo e perfettamente in tono) per narrare di una lettera letta dal pastore. Invece che utilizzare come spesso si fà la voce fuoricampo di chi la lettera la scritta Bergman fa recitare il contenuto della lettera all'autrice, inquadrandola staticamente dal busto in sù.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi preva che da qualche parte parlavi di un espediente cinematografico di Bergman per esporre il contenuto di una lettera.
Posoir che è ricorrente in Bergman:
sto guardando "Un mondo di marionette" (ora in pausa) e fa la stessa cosa anche li.
Un pò come il vizio delle inquadrature degli occhi tra le sbarre (del letto o altro) che si trovano in altri suoi film.


Anonimo ha detto...

Mi pareva che da qualche parte parlassi..


gparker ha detto...

Si era in questo film ed era un modo che davvero poteva usare solo bergman, nel senso che ammazza il ritmo se non lo si sa usare. Un'inquadratura fissa di un'attrice che recita una lettera guardando in camera può porre dei problemi pazzeschi e ci vuole una conoscenza di cinema mostruosa per accettare di fare una cosa simile in un proprio film.
Non mi risulta che nessun'altro l'abbia mai replicato.


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